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(2017-10-23)


Dialogo senza tatticismi per sconfiggere destra e populismi

Mi iscrivo anche io al "Club degli inguaribili ottimisti", per citare un bel romanzo francese di qualche anno fa. Dopo molte settimane di polemiche, cariche di elementi personalistici, da Mdp arriva, attraverso Roberto Speranza, una proposta di dialogo che credo vada presa sul serio. Se non altro perché parte da un dato della realtà inconfutabile: la destra è fortissima e, come dimostrano le recenti tornate elettorali in Germania, in Austria e nella Repubblica Ceca, siamo di fronte ad una ondata europea che in Italia può essere fermata davvero solo da un centrosinistra largo e coeso. Ovvio che, è appena il caso di sottolinearlo, questo centrosinistra non può esistere senza avere al centro il Pd. Dunque ha fatto più che bene Renzi a dare la disponibilità del Partito Democratico a sedersi al tavolo del confronto.
Inutile nascondersi che questo dialogo - ripeto: necessario, se si vuole battere la destra e le forze populiste - cammina su una strada stretta e lastricata di insidie. Per questo occorre sgombrare il campo da due tentazioni, entrambe esiziali.
La prima, quella di porre delle condizioni impossibili.
Si può discutere di lavoro, di scuola, di lotta alla povertà ma senza pretendere - gli uni dagli altri - autocritiche o abiure. Abbiamo approvato in questa legislatura riforme che, pur con dei limiti, hanno segnato una svolta. Sul terreno dell'occupazione, solo per fare un esempio, i dati sono chiari.  Si sono creati quasi un milione di posti di lavoro anche se persistono elementi di incertezza e difficoltà: per i giovani, per gli ultracinquantenni che hanno perso il posto, per i lavoratori precoci che non possono ancora andare in pensione nonostante l'APE sociale. D'altra parte, non tutto il Jobs Act ha trovato ancora piena attuazione, in particolare per quanto riguarda i nuovi ammortizzatori e le nuove politiche attive. Lo stesso può dirsi per la Buona Scuola, che dopo decenni di tagli, ha portato più personale, più risorse, più investimenti per il sistema scolastico anche se ancora ci sono disfunzioni e problemi da risolvere. Insomma il terreno d'azione per uno schieramento progressista che voglia guidare l'Italia nei prossimi anni non manca. Per noi del Pd il contesto di oggi - dopo i governi Renzi e Gentiloni -  è decisamente più avanzato e promettente di quello di inizio legislatura. Ma non è dal passato che possiamo partire. Se guardiamo al futuro forse si riesce meglio ad individuare obiettivi che uniscono piuttosto che giudizi che dividono.
In questo quadro la legge elettorale approvata alla Camera e ora all'esame del Senato è senza dubbio un passaggio rilevante. Escludendo che si possa ricominciare daccapo, anche perché la legge è frutto di un compromesso con altre forze dell'opposizione, può essere forse politicamente significativo verificare la possibilità di evitare il voto di fiducia, anche in considerazione delle regole vigenti al Senato. 
La seconda tentazione da cui fuggire è quella del tatticismo, o meglio del "gioco del cerino", dirsi disponibili al dialogo a parole, cercando in realtà di far sì che sia l'altro a chiudere la porta. Gli elettori di centrosinistra sono abbastanza spaesati e stanchi di tutto questo. Non facciamoli spazientire ulteriormente.

Nella giornata di ieri molti cittadini di Lombardia e Veneto hanno votato al referendum, pronunciandosi in modo schiacciante per una maggiore autonomia regionale. Non è questa la sede per approfondire il significato politico da attribuire a questa consultazione, le differenze tra le due realtà, i riflessi sulle prossime elezioni e sugli schieramenti nazionali. Magari ci saranno altre occasioni. Mi preme fare solo due considerazioni. La prima: mentre Maroni e Zaia sceglievano la strada del referendum, la Regione Emilia Romagna guidata da Bonaccini ha sottoscritto l'intesa con lo Stato centrale ottenendo, ai sensi dell'art.116, maggiori competenze e autonomia. La differenza sul percorso seguito non è banale perché sposta l'accento dalla rivendicazione di più poteri alla assunzione di maggiori responsabilità. E non produce le scorie - che certo abbiamo sentito negli altri due casi magari non dai diretti protagonisti istituzionali - della "ribellione fiscale" del Nord che rappresenta oggettivamente un fattore di lacerazione nella coesione nazionale.
La seconda riflessione che vorrei fare non riguarda il Nord ma il tema del "territorio" nella politica del Pd e delle forze progressiste. Mentre il "pendolo" del dibattito politico-istituzionale oscilla periodicamente tra regionalismo spinto e centralismo - spesso scivolando in ubriacature ideologiche e slogan ad effetto - riemerge a mio avviso il nodo del valore dei territori e delle comunità locali nell'affrontare i problemi economici e sociali esplosi con la  crisi di questi anni. Sviluppo sostenibile, dignità del lavoro, lotta alle povertà, nuovo welfare: come può la sinistra costruire politiche su questi pilastri senza una forte soggettività - sociale, politica ma anche istituzionale - nel territorio? E' venuto a mio parere il momento di fare una riflessione superando uno schema che nel recente passato abbiamo tutti un po' sposato: maggiore semplificazione istituzionale, maggiore accentramento delle decisioni, maggiore efficienza ed efficacia delle decisioni. Se questo schema può andare bene per alcune scelte strategiche di fondo - che devono appartenere alla dimensione nazionale e a volte europea - siamo sicuri che valga per tutto? Una ripresa del dibattito, anche alla luce dei referendum di due importanti regioni del Nord, non guasterebbe.

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