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ITALIANI ALL'ESTERO - CONVENZIONE PATRONATI/MAECI - PRES. II COMMISS. IMBURGIA CGIE:"SINERGIA CONSOLATI PATRONATI REALTA' DI FATTO...PERO' MANCA FORMALE REGOLAMENTAZIONE...A TUTELA DIRITTI CONNAZIONALI"

(2021-07-13)

  "Due le tematiche fondamentali al centro della Giornata di lavoro e di riflessione, promossa dalla II Commissione  “Sicurezza, Tutela sociale e sanitaria” del Consiglio generale degli Italiani all’estero : la stipula della Convenzione tra il Ministero degli affari esteri e i Patronati e i rapporti tra questi ultimi e i Consolati" ha sottolineato in apertura dei lavori la Presidente della IIa Commissione del CGIE, Maria Candida Imburgia, che ha ripercorso ( di seguito) gli elementi fondanti della Convenzione prevista dalla Legge n.152 del marzo 2001

"Vent’anni anni or sono, veniva promulgata una legge essenziale per l’attività dei Patronati italiani che ha festeggiato i suoi 20 anni qualche mese fa.
La 152 del 2001 stabiliva una nuova disciplina per gli Istituti di Patronato, alla luce del dettato costituzionale e nella prospettiva della loro valorizzazione, in qualità di persone giuridiche di diritto privato che svolgono un servizio di pubblica utilità.
Quel dettato legislativo rappresentava il frutto del riconoscimento di un prezioso lavoro di Segretariato sociale svolto nel corso degli anni dai nostri Patronati ma, al tempo stesso, gettava le basi per perfezionare il consolidamento della loro attività nel tessuto istituzionale del nostro Paese.
Quella legge infatti era anche il segno di un cambio d’epoca, della consapevolezza delle trasformazioni sociali ed economiche di inizio secolo e della necessità di rafforzare le tutele dei soggetti più deboli e bisognosi di assistenza.
Ed effettivamente, quel provvedimento ha rappresentato uno strumento importante di governo del processo evolutivo dei diritti sociali, messi a dura prova dalla pressante affermazione di logiche liberiste sullo scenario economico e finanziario globale.

Il conseguente rafforzamento e il rilancio del ruolo del Patronato hanno costituito un elemento di garanzia per le persone a cui quei diritti sono riconosciuti, ma che non sempre sono consapevoli di esserne titolari e potenziali fruitori.
In questo quadro complessivo, si inserisce un ragionamento che riguarda in modo più specifico gli Italiani all’Estero, della cui cura il nostro Consiglio generale si occupa statutariamente.
Dobbiamo dunque affrontare il tema oggetto di questa riunione, ora, subito, perché sono trascorsi per l’appunto 20 anni senza che abbia trovato attuazione l’articolo 11 della legge in questione.

“Gli istituti di patronato e di assistenza sociale possono svolgere, sulla base di apposite convenzioni con il Ministero degli affari esteri, attività di supporto alle autorità diplomatiche e consolari italiane all’estero, nello svolgimento di servizi non demandati per legge all’esclusiva competenza delle predette autorità”.
Ebbene, ho voluto riproporre letteralmente questa norma - sottolinea la Presidente della II Commissione del CGIE -  perché la chiarezza e la semplicità con cui essa è stata formulata non lascia spazio ad alcuna interpretazione. Il legislatore ha indicato un percorso rispettoso delle prerogative istituzionali dei nostri Consolati che, come è noto a tutti, hanno funzioni di rappresentanza del nostro Paese negli Stati esteri e svolgono un’attività di tipo amministrativo ma, in alcuni casi, anche di tutela nei confronti dei nostri concittadini che si trovano in quei territori.

L’articolo 11 usa il termine “autorità”, come è ovvio che sia e come è dovuto ad uffici del Ministero degli Affari Esteri, la cui attività è disciplinata, prima ancora che dal decreto legislativo 71 del 2011, dalla Convenzione internazionale di Vienna del 1963. Le prerogative dei Consolati, insomma, sono inequivocabili e indiscutibili. In questo quadro, secondo la legge, i Patronati possono solo essere di supporto nello svolgimento di alcuni servizi.
Ma affinché questo dettato normativo possa trovare la sua efficace attuazione, serve una convenzione con il Ministero degli Affari Esteri, così come recita la norma rimasta inspiegabilmente inattuata nel corso di questo ventennio. Lo ribadiamo, con il rigoroso rispetto dovuto alle Istituzioni: facciamo fatica a comprendere le ragioni di una tale inerzia. La sinergia tra i Consolati e i Patronati, per la tutela dei nostri connazionali all’estero, è una realtà di fatto che, spesso, non riesce a generare i suoi frutti a vantaggio di chi richiede assistenza, proprio per l’assenza di una regolamentazione formale di questa collaborazione. Infatti, la mancanza della convenzione tra MAECI e Istituti di Patronato, che consentirebbe a questi ultimi di svolgere attività di supporto alle autorità diplomatiche e consolari, rischia di lasciare i nostri connazionali senza riferimenti sicuri e, soprattutto, privi della tutela da loro richiesta.

Eppure, i Patronati danno costantemente prova della loro affidabilità. Ad essi, ogni anno, si rivolgono con comprovata fiducia milioni di persone che, in quegli uffici, possono contare sulla disponibilità, sulla competenza e sull’impegno di operatrici e operatori qualificati e formati. Il servizio dei Patronati è garantito a tutti perché è universale, gratuito e diffuso, nel senso che è rivolto alla persona sia come singolo sia come soggetto facente parte di una famiglia, di un ambiente di lavoro, di una comunità.

Anche nel periodo della pandemia, i Patronati si sono dimostrati interlocutori indispensabili per la tutela e l’assistenza dei nostri connazionali all’estero. Nell’assoluto rispetto delle norme anti Covid, alternando lo smart working alla presenza, ove possibile, sono stati garantiti l’apertura e il funzionamento degli uffici. Con coraggio, dedizione, umanità e con la consueta professionalità, le operatrici e gli operatori hanno continuato il loro lavoro per e al fianco delle persone.
Come è evidente, già nella sostanza, i Patronati sono partner affidabili e rispettosi di soggetti pubblici come i Consolati, ma noi crediamo che possano e debbano diventarlo anche nella forma. Sarebbe, questa, la giusta risposta alle quotidiane richieste d’aiuto che pervengono dai territori. Di certo non mancano i campi di azione comune. Sempre nell’assoluto rispetto dei ruoli, delle responsabilità, delle norme, da una rinnovata ed ufficializzata sinergia può nascere un più forte ed efficace livello di tutela per le nostre comunità all’estero.

I motivi che oggi rendono importante attivare questa opzione sono molteplici. Innanzitutto, sempre più pensionati italiani tendono a risiedere all’estero: la tutela loro dovuta è quella, per così dire, tradizionale, ma l’accresciuto numero dei nostri anziani che tendono a fare questa scelta di vita deve indurre a non sottovalutare la necessità di rendere strutturale la sinergia tra la rete pubblica e quella privata. In secondo luogo, si va estendendo sempre più un altro fenomeno in virtù del quale è ormai frequente il rientro nei Paesi di origine dei cosiddetti nuovi italiani. Si tratta di quegli stranieri che, avendo acquisito la cittadinanza italiana, hanno diritto a una copertura previdenziale anche al di fuori del nostro territorio e, proprio a tal proposito, chiedono assistenza una volta rientrati nelle loro città natie. Infine, ma non ultima, c’è la nuova mobilità internazionale che riguarda in particolare i giovani, che spesso non attivano i percorsi di ufficializzazione tramite l’iscrizione all’Aire. In tali casi, emerge la necessità di costruire una rete di supporto che sia in grado di collegare questi nuovi soggetti alle Istituzioni, offrendo loro un orientamento che vada oltre le normali pratiche consolari.

Tutto questo è possibile se si attiva, finalmente, quella Convenzione di cui oggi stiamo discutendo e che il sistema, nel suo insieme, attende ormai da due decenni. Noi immaginiamo che un atto del genere, proprio per la sua importanza strategica, debba avere un carattere sperimentale: bisognerà cioè testarne la sua effettiva efficacia, funzionalità ed utilità, prima che sia consolidato e che entri, come si suol dire, “a regime. "

"Abbiamo l’onore di avere presente ai lavori di questa Assemblea odierna, il sottosegretario agli affari esteri, l’onorevole Benedetto della Vedova, il dottor Luigi Maria Vignali, Direttore generale per gli italiani all’estero e le Politiche Migratorie. Li ringraziamo vivamente per aver accettato il nostro invito, anche perché è proprio la loro presenza, in rappresentanza del Ministero, che ci consente non solo di affermare le considerazioni e i principi espressi sino ad ora, ma anche di sostenere una proposta concreta per avviare un percorso che ci porti finalmente alla firma di questa Convenzione.

Il CGIE, proprio per favorire il raggiungimento di tale obiettivo, ritiene che la  bozza di Protocollo d’intesa, ormai datata, predisposta dal Cepa sia uno strumento utile e da prendere in considerazione come base di un confronto. Negli anni abbiamo avuto occasione di visionarla. Si tratta di una sorta di “accordo quadro”, dai caratteri generali, che demanda a una fase successiva, a livello tecnico, per la verifica delle ricadute specifiche e la definizione dei protocolli operativi e che comunque, se si ritiene opportuno, suscettibile di aggiornamenti. Non sono state inserite, dunque, norme cogenti e immediatamente applicative. È del tutto evidente che questa intesa sarebbe sottoscritta ai sensi dell’articolo 11 della legge 152 dai Patronati e dal Maeci e, successivamente, insieme ai singoli protocolli operativi, verrebbe trasmessa al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in qualità di Autorità vigilante sugli Istituti di Patronato.

Noi riteniamo che siamo di fronte a un atto dovuto. È un dovere dare corso alle prescrizioni di una norma, tanto più quando essa è formulata, come in questo caso, al fine di rafforzare l’esigibilità di diritti di cittadini particolarmente bisognosi di tutela.

I nostri connazionali all’estero non sono soli: i Consolati, da un lato, i Patronati, dall’altro, ciascuno per la propria competenza e nel proprio ambito, sono a loro disposizione. La Convenzione amplierebbe, rafforzerebbe e qualificherebbe questo impegno. È un’opportunità sancita dal legislatore già vent’anni or sono e che, oggi, il Ministero degli Affari esteri e la cooperazione Internazionale è chiamato a sostenere con un’intesa, che noi riteniamo possa e debba essere rispettosissima delle prerogative pubbliche. Questa è la scelta che il CGIE invita a fare per rendere un servizio ai nostri connazionali all’estero.

Conoscete tutti quel commovente monumento all’emigrante eretto all’esterno della stazione ferroviaria di Wolfsburg, la città della Volkswagen. Quella statua di bronzo ad altezza naturale è dedicata ai milioni di italiani che, nel corso dei
decenni, si sono trasferiti all’estero e, nel caso specifico, in Germania. Quell’omino è raffigurato in giacca e cravatta e, sotto il braccio, ha la classica valigetta di cartone, nella quale erano simbolicamente racchiuse le aspettative di tanti nostri parenti che partivano dall’Italia, con il pensiero costantemente rivolto ai loro affetti e con la speranza in un futuro migliore. C’è una grande dignità in quella figura che ci inorgoglisce solo a rimirarla. C’è la dignità del lavoro, della volontà di progredire, del sacrificio silenzioso per i propri figli. C’è la vita dei nostri nonni, dei nostri padri. C’è un pezzo della nostra vita, della nostra storia.
È a questa storia che noi guardiamo quando ci occupiamo dei nostri connazionali all’estero, quando ci commuoviamo pensando a cosa hanno fatto per le loro famiglie e per il nostro Paese, quando chiediamo che i loro diritti non siano solo scritti su un pezzo di carta, per quanto reso sacro dal sigillo della legge, ma siano trasformati in realtà quotidiana.

Questo nostro impegno non è solo per il passato: è per l’oggi e per il futuro. Perché a quella statua se ne potrebbero affiancare, ora, altre due: quella di un pensionato, con il carico della sua esperienza vissuta, ma anche con il peso delle tasse e dei disservizi per la terza età che lo ha allontanato dal nostro Paese, e quella di un giovane, con in mano il suo tablet e la sua laurea, che non ha visto riconosciuta la sua professionalità o che desidera metterla alla prova dei fatti in un’altra realtà più accogliente.

Non possiamo far finta che il mondo non sia cambiato, non possiamo farci tentare dalla conservazione e dall’immobilismo. Oggi, tutt’e tre le generazioni sono presenti all’estero. Quelle persone, quei connazionali, hanno bisogno della nostra fattiva presenza e del nostro aiuto che deve essere differente per  ciascuno di loro e che va tarato sulle loro specifiche esigenze e aspettative.

C’è bisogno di tutti, dunque, e in una forma la più sinergicamente efficace possibile, per dare risposte a chi chiede tutele, ma anche per indicare opportunità a chi non sa di poterle cogliere.

La conoscenza, l’informazione, la formazione sono i pilastri su cui si costruisce l’edificio del progresso e del futuro.
Noi vogliamo che in quel luogo ideale abitino anche i nostri connazionali all’estero: è un diritto che si meritano. È un diritto che vogliamo loro garantire e per il quale continueremo a batterci, onorando la funzione e l’impegno che ci siamo assunti accettando di fare parte del Consiglio generale degli italiani all’estero.

E sono certa che, anche l’Assemblea odierna, in questa giornata di lavori, saprà dare il proprio contributo di idee e di proposte alla costruzione di un’altra pagina di storia del nostro Paese." ha concluso la Presidente della II Commissione Tematica CGIE,  Maria Imburgia. (13/07/2021-ITL/ITNET)

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