Sponsor
|
IMPRESE ITALIANE NEL MONDO - RETI D'IMPRESA - OSSERVATORIO RETI IMPRESA: 2025 10.361 CONTRATTI DI RETE ATTIVI (+7,6%). COINVOLTE 53.000 IMPRESE (+5,2%)
(2026-04-20)
Le reti d’impresa continuano a crescere: nel 2025 si contano 10.361 contratti di rete attivi, +7,6% rispetto al 2024, con il coinvolgimento di circa 53 mila imprese, in crescita del 5,2%. Questo è quanto emerso dall’edizione 2025 dell’Osservatorio Nazionale sulle reti d’impresa, curato da InfoCamere, RetImpresa e Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia.
Il Rapporto, presentato oggi a Napoli, presso Palazzo Partanna, nel corso dell’evento organizzato in collaborazione con la Piccola Industria di Confindustria Campania, ha confermato la solidità delle reti d’impresa e l’importanza della loro diffusione nel sistema produttivo italiano, a distanza di oltre sedici anni dall’introduzione nell’ordinamento.
La struttura del fenomeno è caratterizzata dalla prevalenza delle reti-contratto (86%) rispetto alle reti soggetto (14%) e da una forte diffusione di reti di piccola dimensione: l’87,5% delle reti è composto da meno di 10 imprese e oltre il 54,5% da micro-aggregazioni di 2-3 imprese. In termini dimensionali, le reti italiane sono rimaste prevalentemente di piccole dimensioni: l’87,5% è composto da meno di 10 imprese e oltre il 54,5% da micro-aggregazioni di 2-3 soggetti.
Dal punto di vista territoriale, oltre il 52% delle reti coinvolge imprese della stessa provincia e circa il 70,8% è costituito da aggregazioni uniregionali, mentre cresce la quota di reti interregionali (19,7%) e di quelle che collegano Nord, Centro e Sud. Il Lazio si conferma la prima regione con il 23% delle imprese retiste, seguito da Lombardia (10,6%), Veneto (8,8%) e Campania (7,8%).
A livello settoriale, si osserva un rafforzamento delle reti unisettoriali (40,8%) e una riduzione delle aggregazioni altamente diversificate, pur rimanendo prevalenti le reti intersettoriali (circa il 59%).
Quasi la metà delle imprese si concentra in tre comparti: agroalimentare (21,3%), costruzioni (15,2%) e commercio (11,4%), seguiti da servizi turistici (10,3%), servizi professionali (6,4%) e meccanica (5,7%).
Sul fronte occupazionale, le imprese in rete hanno impiegato oltre 1 milione e 743 mila addetti. Le microimprese, pur rappresentando la maggioranza numerica (50,8%), hanno inciso solo per il 4,6% sull’occupazione totale, mentre le imprese medio-grandi, pur essendo meno del 10%, hanno concentrato oltre l’80% degli addetti.
Gli obiettivi principali delle reti sono stati soprattutto legati alla competitività: aumento del potere contrattuale (37,6%),condivisione di risorse (27,5%) e partecipazione a bandi e appalti (25,8%).
Le reti hanno mostrato livelli complessivamente positivi di performance e coesione, ma una capacità di innovazione ancora contenuta, confermando la necessità di rafforzare la gestione condivisa dell’innovazione e delle competenze.
Sul piano territoriale, il fenomeno si è confermato diffuso in tutte le regioni italiane. Il Lazio resta la prima regione per numero di imprese in rete (23%), seguito da Lombardia, Veneto e Campania. Oltre il 52% delle reti ha coinvolto imprese della stessa provincia e circa il 70,8% è costituito da aggregazioni uniregionali, anche se è cresciuta la quota di reti interregionali (19,7%).
Sul piano settoriale, quasi la metà delle imprese in rete si è concentrata in tre comparti: agroalimentare (21,3%), costruzioni (15,2%) e commercio (11,4%).
Tra le evoluzioni più recenti emerge la diffusione, ancora limitata ma significativa, delle imprese dell’industria culturale e creativa: il 13% dei contratti di rete include almeno un’impresa di questo tipo, per un totale di circa 1.900 imprese (4% del totale), concentrate soprattutto nei settori software e videogiochi (35,7%), architettura (16,8%) ed editoria.
Le reti hanno individuato come prioritari gli ambiti della digitalizzazione, dell’ICT, della sostenibilità e del marketing, ma hanno evidenziato difficoltà nel tradurre questi fabbisogni in interventi formativi strutturati.
Anche il tema delle competenze si è confermato strategico, ma da potenziare: è infatti emerso un significativo mismatch tra domanda e offerta, soprattutto nelle aree produttive, tecniche e della ricerca e sviluppo. Per dare una risposta concreta a queste esigenze, nel Rapporto sono richiamati strumenti come la codatorialità e il ricorso ai fondi interprofessionali, così come le nuove agevolazioni fiscali introdotte dalla Legge annuale PMI.
L’edizione 2025 introduce inoltre un approfondimento sul ruolo della governance e della LEADERSHIP. Le reti adottano sempre più configurazioni ibride, combinando strumenti formali e relazionali: organo comune, assemblea e presidente sono presenti in oltre il 60% dei casi, mentre il manager di rete è adottato nel 27,8% delle reti, con picchi superiori al 50% nei settori più complessi come il turismo.
Secondo l’edizione 2025 la leadership nelle reti d’impresa riveste un ruolo centrale nel determinare attrattività, stabilità e performance dei network. A differenza delle organizzazioni gerarchiche tradizionali, la leadership nelle reti emerge come un processo distribuito e relazionale, fondato sulla capacità di coordinare attori autonomi piuttosto che su un’autorità formale.
L’analisi identifica diverse dimensioni della leadership – orientamento agli obiettivi, efficienza, partecipazione e coesione – che incidono in modo differenziato sugli esiti della rete. In particolare, una leadership orientata agli obiettivi e all’efficienza risulta associata a una maggiore attrattività della rete, favorendo l’ingresso di nuovi membri e il rafforzamento della capacità competitiva.
Al contrario, una leadership orientata alla coesione contribuisce alla stabilità del network, riducendo il turnover dei partecipanti, ma può al tempo stesso limitare l’apertura verso l’esterno e l’innovazione. In particolare, reti con una leadership focalizzata sull’uso efficiente delle risorse tendono sia ad avere un numero maggiore di imprese che escono dalla rete, sia ad attrarre nuove imprese in rete.
Il ruolo della leadership viene ulteriormente approfondito attraverso l’analisi della funzione specifica dell’impresa capofila, che emerge come attore chiave nei processi di coordinamento e orchestrazione della rete. Anche la leadership esercitata nello specifico dalla capofila produce una crescita degli ingressi nella rete ma anche un aumento delle uscite, rafforzando l’idea che il modo in cui è esercitata la leadership impatta sulla composizione della rete. Inoltre, la presenza di una capofila con un forte potere decisionale è associata a performance migliori sul fronte dell’innovazione, e in caso di shock e crisi (sia esogene sia endogene) una capofila forte riesce a mantenere la compagine della rete compatta.
L’analisi di incentivi, competenze e formazione evidenzia un divario tra l’importanza strategica attribuita allo sviluppo delle competenze e il loro limitato utilizzo nelle pratiche organizzative. Questo gap rappresenta un vincolo alla sostenibilità delle reti nel lungo periodo e suggerisce la necessità di politiche che affianchino agli incentivi economici strumenti di sviluppo manageriale e organizzativo. L’analisi dei fabbisogni formativi evidenzia come le reti d’impresa attribuiscano un’elevata rilevanza strategica allo sviluppo delle compe-tenze, in particolare negli ambiti della digitalizzazione, ICT, sostenibilità, marketing e gestione delle risorse umane, riconosciuti come prioritari da oltre due terzi del campione. Tuttavia, tale consapevolezza si accompagna a una limitata capacità di tradurre questi fabbisogni in interventi strutturati di formazione.
I dati della survey mostrano infatti una significativa difficoltà nel reperimento di profili specializzati: le criticità mag-giori si concentrano nelle aree della produzione (32%), della progettazione, ricerca e sviluppo e area tecnica (31%), seguite da ICT e sistemi informativi (17%), attività amministrative e di supporto (14%) e logistica e distri-buzione (14% imprese). Questo evidenzia un marcato mismatch tra domanda e offerta di competenze, particolarmente accentuato nelle funzioni core e nei settori ad alta intensità tecnologica.
In prospettiva, le reti dichiarano l’intenzione di rafforzare gli investimenti in formazione proprio nelle aree in cui emergono maggiori criticità: per il 2026, gli ambiti prioritari di sviluppo delle competenze risultano essere la produzione (31,5%), la progettazione e R&S (25,3%), l’ICT (25%) e le attività commerciali e di marketing (22%). Tali evidenze confermano la centralità delle competenze tecniche e digitali come leva competitiva per le reti.
Nonostante ciò, la formazione continua a essere sottoutilizzata e poco strutturata, anche a causa di vincoli organiz-zativi e culturali. Le reti segnalano infatti carenze nella pianificazione, nel controllo e nella governance delle attività formative, nonché un utilizzo ancora limitato degli strumenti di formazione finanziata, in particolare messi a disposi-zione dai fondi interprofessionali.
Questo gap è ulteriormente aggravato dalla difficoltà di attrarre e trattenere personale qualificato, in un contesto in cui la rapidità di aggiornamento delle competenze rappresenta un fattore critico di successo. Nel complesso, i risultati evidenziano un disallineamento tra bisogni formativi, capacità organizzativa e utilizzo degli strumenti disponibili, suggerendo la necessità di rafforzare politiche e strumenti orientati al potenziamento della formazione e allo sviluppo delle competenze in una logica aggregata, puntando ad esempio sulla codatorialità, per sfruttare le economie di scala e le dinamiche collaborative tipiche delle reti. (20/04/2026-ITL/ITNET)
|
Altri prodotti editoriali
Contatti

|