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IMMIGRAZIONE - VIII RAPPORTO FONDAZ. MORESSA - MANCONI (UNAR): "DATI CONTRADDICONO PERCEZIONE PUBBLICA", SODA (OIM): "SE ASSISTITI RIENTRO PAESE D'ORIGINE." VIGNALI(MAECI): "DA EUROPA IN AFRICA 66 MILIARDI RIMESSE". ESPOSITO(LAVORO):"DISPERDIAMO CAP

(2018-10-10)

  Alla presentazione del Rapporto della Fondazione Leone Moressa (vedi: http://www.italiannetwork.it/news.aspx?ln=it&id=55152) oggi a Roma e’ intervenuto Luigi Manconi, Direttore UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) , che ha affrontato il tema della crisi del pensiero razionale.

“Nel 1992, sono stati commessi 1.788 omicidi. Nel 2017, il loro numero e’ stato 389. Nonostante questo calo, e’ cresciuta nell’opinione pubblica la convinzione che la criminalita’ sia in aumento. Vi e’ una crisi del pensiero razionale, i dati statistici disegnano una realtà che e’ in contraddizione con la percezione pubblica. Mai come in questo momento infatti compare la ‘pancia’, vi e’ un’anatomizzazione della politica. Mi sembra dunque fondamentale riportare i dati al centro del dibattito. I dati non hanno colore politico ma possono contribuire alle decisioni politiche,” ha dichiarato Manconi.

Federico Soda, Direttore OIM Mediterraneo, si e’ soffermato invece sul fenomeno della migrazione e dell’integrazione.
“I flussi migratori che riguardano il Mediterraneo centrale sono particolarmente complessi, la situazione italiana per molti aspetti e’ unica al mondo, abbiamo circa 60 nazionalità diverse, in nessun altro paese la provenienza e’ cosi diversificata. E le motivazioni sono altrettante diverse.

La maggior parte dei migranti hanno iniziato il loro viaggio anni fa ed il Mediterraneo continua ad essere la rotta piu’ pericolosa, nel 2018 sono scomparse 1.200 persone. Allo stesso tempo nel Mediterraneo osserviamo un aumento degli arrivi in Grecia e in Spagna e un’ulteriore diversificazione delle rotte con partenze in aumento dal Marocco, Algeria, Tunisia e Turchia.

Attraversare il Mediterraneo e’ una delle poche scelte che rimane per tante persone senza alternative.
Il fatto che sia una fuga e’ dimostrato dal fatto che sia in Libia che in Niger stiamo realizzando dal 2017 dei programmi di rimpatrio volontario per le persone bloccate in Libia. E in questi mesi abbiamo assistito circa 50.000 persone a tornare volontariamente nei loro paesi di origine. Questo dimostra che molti sono disponibili a tornare indietro se hanno una possibilita’ di un rientro assistito nel loro paese di origine,” ha osservato Soda.

“La maggior parte invece di coloro che attraversano il Mediterraneo sono giovani, tra i 30 e i 40 anni, minori non accompagnati e donne sole ad altissimo rischio di sfruttamento sessuale. La maggior parte di loro non ha un'istruzione molto elevata e non ha particolari legami con l’Italia, paese che non era la loro destinazione finale ma che lo diventa in un continuo processo di adattamento del loro progetto migratorio rispetto alle difficolta’ incontrate durante il percorso" ha spiegato Soda.

"Ci sono poi i ricongiungimenti familiari, attualmente uno dei pochi canali legali per arrivare in Italia. Per una migliore gestione di questo fenomeno, dobbiamo affrontare il tema dello status ovvero in quanto tempo riusciamo a determinare lo status legale di questi migranti che arrivano in modo irregolare. Credo infatti che le lunghe procedure siano un forte ostacolo per una gestione ottimale dei flussi. Inoltre, la lunga permanenza dei migranti nei centri di accoglienza, solitamente piu’ di un anno, si traduce in un costo maggiore per il sistema che oggi accoglie circa 150.000 persone, questo considerando poi che il tasso di riconoscimento per la protezione internazionale e’ intorno al 6-7%.

E i richiedenti che aspettano non vedono come credibili i percorsi di integrazione e non contemplano dopo tanto tempo la possibilita’ di ottenere una risposta negativa. A questo punto e’ fondamentale snellire le procedure e agevolare poi l’inserimento di coloro che hanno ottenuto il riconoscimento. Allo tesso tempo, bisogna pensare ad una soluzione per le persone che non hanno ottenuto il permesso di restare perché e’ impossibile rimpatriarli tutti. Alcuni pero' sceglierebbero di ritornare se venisse offerta loro un’attività di inserimento nel loro paese di origine. Contemporaneamente e’ necessario sviluppare canali legali e sicuri, si smantellerebbero cosi anche i canali criminali. Canali non solo per coloro che hanno diritto alla protezione internazionale ma anche per coloro che possono contribuire al nostro mercato di lavoro,” ha concluso Soda.

Da segnalare l’intervento di Luigi Maria Vignali, DG per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie del MAECI, che dopo aver sottolineato come le cifre ufficiali sull’emigrazione italiana siano approssimate per difetto, ha evidenziato alcuni lati positivi dell’immigrazione.
"Dall’Europa verso la sola Africa arrivano 66 miliardi di rimesse ogni anno. Il Piano Europeo di Investimenti lanciato dalla Commissione Europa a favore dei paesi di origine dei flussi migratori ammonta a 4 miliardi di euro. Solo guardando queste cifre, si deduce quale sia  l'importanza di queste rimesse. Ben lo sappiamo noi italiani che abbiamo grandi comunita' all’estero e sappiamo quanto sia importante il loro ruolo anche come facilitatori di dialogo,” ha osservato Vignali precisando come il numero degli immigrati in Italia, 5 milioni, corrisponda al numero degli italiani iscritti all’Aire e come il contributo degli italiani all’estero corrisponda a mezzo punto del PIL italiano.

“ll ruolo delle diaspore in Italia e’ importante quindi non solo da un punto di vista economico ma anche per il loro ruolo di ponte e per preparare canali legali che oggi sono solo quelli dei ricongiungimenti familiari e che pero’ non sono sufficienti ad assicurare una migrazione legale e sicura.
Abbiamo invece bisogno di regole perché una migrazione ordinata e programmata a monte puo’ essere complementare al nostro mercato del lavoro. Può dare un contributo professionale in alcuni settori 'carenti' come l’agricoltura, la ristorazione, l’edilizia, cosi come si evince dal Rapporto che presentiamo oggi,” ha aggiunto Vignali sottolineando l’importanza della formazione preventiva sui cui stanno lavorando anche il MAECI e il Ministero del Lavoro offrendo corsi linguistici a coloro che si stanno preparando per arrivare in Italia.

“ C'é poi un punto su cui tutti dovremmo impegnarci: favorire i flussi di migrazione circolare. Attualmente ci sono sono flussi monodirezionali. Abbiamo invece bisogno di programmi che permettano a chi e’arrivato in Italia di poter ritornare nel loro paese d'origine arricchito di competenze professionali e culturali. Tra l’altro e’ questo che vorremmo anche per i nostri giovani italiani all'estero. Non deve esserci piu’ una fuga di cervelli ma uno scambio di cervelli, uno scambio di esperienze. L’Africa ha bisogno infatti di competenze e l’Italia potrebbe essere un paese di arrivo ma anche un paese di preparazione al ritorno,” ha concluso Vignali auspicando un rilancio del decreto flussi, uno strumento che per anni ha contribuito a programmare l’arrivo di stranieri competenti nel nostro paese.

Tra i relatori Massimiliano Valerii, Direttore Generale del Censis, che ha affrontato il tema della denatalità precisando come lo scorso anno siano nati solo 450.000 bambini.
“E’ il dato piu’ basso di sempre, da quando nel 1861, anno dell’Unita’ di Italia, sono iniziate le rilevazioni. Neanche durante la guerra sono nati cosi pochi bambini. Siamo da tre anni sotto la soglia dei 500.000 nati. Questo nonostante i progressi della medicina e il contributo degli stranieri che hanno un tasso di fecondità piu’ alto. La denatalità, il rimpicciolimento demografico, ha un impatto notevole su tutte le sfere, soprattutto su quello economico, anche in considerazione del fatto che nei prossimi decenni la popolazione italiana continuera’ a diminuire e l’aspettativa di vita ad aumentare. Solo alcuni dati: nel 1951 le persone con piu’ di 80 anni erano 622.000 ed oggi sono 4 milioni, quelle con piu’ di 90 anni sono passate da 28.000 a 666.000 mentre i centenari da 165 sono diventati 20.000. Questo e’ un dato positivo ma l' aumentata aspettativa di vita si coniuga con la denatalità e questo significa che siamo sull’orlo di un default demografico. Basti pensare che in Italia i giovani under 30 sono il 29% mentre in Francia sono il 36% e nel Regno Unito il 37%,” ha esordito Valerii affrontano poi il tema dell’integrazione.

“In Italia non c'é concentrazione etnica che diventa radicalizzazione identitaria, un fenomeno che conoscono bene altri paesi come la Francia dove ci sono banlieu piene di rancore da parte delle seconde e terze generazioni che si sentono traditi, ai margini della societa’. In Italia i 5 milioni di stranieri che vivono qui sono proiettati verso un inserimento nel ceto medio. Negli ultimi dieci anni le imprese con un titolare straniero sono aumentate del 57%, certo sono piccole imprese ma i titolari sono in ascesa. Al contrario gli italiani stanno sperimentando la rottura dell’ascensore sociale e proprio da questo nasce il rancore. E non e’ un caso che i penultimi oggi lo scarichino verso gli ultimi. E da qui nasce anche la paura verso una minaccia alla perdita d’idendita’. C'é la paura di una apocalisse culturale prossima, una paura che proviene dal profondo collettivo, difficile da combattere con gli argomenti della ragione. Una paura che innesca comportamenti concreti che entrano pero’ in conflitto con gli attuali dati demografici,” ha aggiunto Valerii soffermandosi sulla mancanza di una visione a medio lungo termine sull’integrazione.

“L’emigrazione che sta arrivando in Italia e’ giovane, senza competenze e con bassa istruzione e questa genera occupazione a bassissima qualifica e a bassissima retribuzione. Sino a quando ci sara’ questo squilibrio sara’ difficile arrivare ad un’integrazione. Il 90% degli stranieri extra Eu in Italia che lavora alle dipendenze fa l’operaio contro il 41% degli italiani. Solo il 9% degli stranieri lavora come impiegato contro il 48% degli italiani. Ultimo dato: gli stranieri laureati in Italia sono l'11%, meno della meta’ della media europea. In Irlanda si arriva al 58%. In assenza di una programmazione strategica di medio lungo periodo l’Italia continuera’ ad accogliere stranieri poco qualificati e questo ampio divario sara’ sempre un ostacolo al processo di integrazione,” ha concluso Valerii.

Della necessita’ di attrarre stranieri qualificati ha parlato anche Tatiana Esposito, DG Immigrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
“Non ci scegliamo chi arriva, ci prendiamo quelli che arrivano senza selezioni e questa rende piu’ difficile l’integrazione. E poi siamo poco capaci di attrarre emigrati qualificati anche quando il quadro normativo ci consentirebbe di farlo. Avevamo spazi di discrezionalita’ da esercitare ma oggi per chi vorrebbe assumere un cittadino terzo sarebbe complicato. Inoltre abbiamo la tendenza come sistema a disperdere il capitale umano di cui disponiamo. Abbiamo molti operai, cittadini da paesi terzi, qualificati anche laureati, occupati pero’ in professioni low skill in vari settori. E questo e’ uno spreco di competenze,” ha affermato Esposito.

“Infine non ci sono ancora evidenze scientifiche ma secondo alcuni recentissimi studi dell'OCSE sui rifugiati siriani iperqualificati in Germania, intervistando i datori di lavoro sono emerse difficolta’ perche’ le qualifiche possedute non erano  allineate alla qualifica richiesta dal  sistema produttivo tedesco. Sembra dunque, ai fini di un inserimento lavorativo, che sia piu’ facile formare un non-formato che convertire uno skillato alle skill richieste dal sistema locale. Prima di dire quindi che ci prendiamo gli scarti che ci arrivano, farei una riflessione perche’ il tema e’ piu' complesso di quello che sembra. C'é comunque da dire che la nostra migrazione rispetto a quella di altri paesi non presentando forti concentrazioni etniche produce valori importanti come quello della vicinanza tra italiani e non nativi e facilita l’integrazione,” ha sottolineato Esposito.(10/10/2018-L.G.-ITL/ITNET)

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