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ITALIANI ALL'ESTERO - STATI UNITI - LE SCELTE DI TRUMP ED IL FANTASMA DI OBAMA IN UNA RIFLESSIONE DI ROBERTO MENOTTI SENIOR ADVISOR "ASPENIA"

(2017-08-11)

  " E’ legittimo – e per certi versi fisiologico – che un Presidente in carica voglia continuare a distinguersi dal suo predecessore ben oltre il tempo della campagna elettorale: è una questione di identità politica da confermare e di “legacy” da lasciare. Si presenta però un problema se questo approccio diventa quasi un’ossessione, come sembra nel caso di Donald Trump e del suo tentativo sistematico di cancellare l’eredità di Barack Obama. Il lavoro fatto dal predecessore diventa una specie di bussola che suggerisce dove non andare." Ad affermarlo Roberto Menotti Capo redattore di Aspenia Italia e senior advisor del Think Thank Italia/Usa

"La bussola così impazzisce, e non indica più il Nord ma piuttosto un luogo (politico) idealizzato in negativo e pieno di nemici – i media liberal, la globalizzazione imperante, i surplus commerciali altrui, gli accordi sul clima, Obamacare, oltre ai terroristi, all’Iran e alla Nord Corea" prosegue Menotti .

"Un’ironia della storia è che Donald Trump sembra aver scelto un punto di riferimento, in Barack Obama, difficile da usare: non si tratta infatti di una classica figura politica liberal, ma del prodotto di un’evoluzione culturale degli Stati Uniti che i conservatori faticano a gestire perché è legata in parte alla composizione demografica del Paese e in parte al mutato quadro internazionale. L’attuale Presidente, che un tradizionale conservatore certo non è, fatica a capire Obama anche perché lo osserva probabilmente da un’ottica ideologica e superficiale, invece di guardarlo come un politico pragmatico e molto (perfino troppo) prudente.

In effetti, l’ex-Presidente – almeno finchè era in carica – non era percepito in patria nè all’estero come davvero “globalista” o favorevole al multilateralismo, ma semmai oscillante tra interesse nazionale e volontà di collaborare con altri governi; non era certo interventista ma neppure realmente isolazionista; incarnava una qualche forma di cambiamento sociale profondo con la sua stessa storia personale, eppure non aveva alcuna intenzione di trasformare radicalmente l’America. Fare di questo personaggio sfuggente il proprio navigatore – alla rovescia, dirigendosi sempre dove Obama non andrebbe – significa quasi certamente perdersi.

Il rischio si è già materializzato in varie occasioni e in settori molto diversi tra loro. Ad esempio in Siria, con la scelta fatta in aprile da Trump di lanciare un attacco missilistico contro una base militare vicino alla città di Homs per distruggere una pista di decollo (una soltanto delle due disponibili) usata dall'esercito di Bashar al-Assad. Fin dalle prime ore, non è stato chiaro quale fosse l’obiettivo diplomatico-militare-strategico dell’azione americana, e quale il piano successivo. Se si trattava di dimostrare una volontà politica che Obama non aveva mai avuto (colpire direttamente il regime di Damasco), lo scopo sarà anche stato raggiunto ma ha ben poco senso in mancanza di seguiti tangibili, e infatti non ha praticamente lasciato alcun segno nella crisi siriana.

Discorso analogo può farsi per l’accordo di Parigi sul clima, che non era tecnicamente vincolante per gli USA e che nella sostanza conteneva alcune potenziali opportunità per le aziende americane. Dopo l’abbandono del Trattato da parte di Washington, la vita degli elettori di Trump non è cambiata in alcun modo, e gli Stati Uniti come “sistema Paese” non ne hanno tratto vantaggio, visto che l’attuazione di impegni generici come quelli di Parigi spetta comunque ai singoli governi, e nulla era stato ancora fatto in proposito in America.

Il caso della piccola isola di Cuba è ancora più stravagante, visto che il ritorno ad alcune misure sanzionatorie nei confronti dell’attuale regime cubano è stato deciso ufficialmente in base a considerazioni umanitarie e di sostegno alla democrazia – dopo aver però dichiarato programmaticamente che mai tali motivazioni avrebbero di per sè determinato le scelte della nuova amministrazione.

Insomma, l’unico modo per trovare un filo rosso e un elemento di coerenza in queste (e altre) scelte compiute da Donald Trump è di imputarle a una specie di immagine speculare e distorta di Barack Obama. Al suo fantasma che ancora sembra aggirarsi per la Casa Bianca.

Gli europei stanno risentendo intensamente della strana “bussola al contrario” adottata a Washington, soprattutto riguardo alla NATO. Il guaio ulteriore è qui che la linea di Obama era di per sé ondeggiante e ambigua: la precedente amministrazione aveva insistito molto (come del resto quelle di G.W.Bush e prima ancora quelle di Bill Clinton) per il rispetto degli impegni assunti dagli alleati sulle spese militari, ma lo aveva fatto nel solco tradizionale dell’amicizia transatlantica (compreso un formale sostegno per l’integrazione europea). Ora, gli europei hanno trovato sorprendente il confuso riferimento fatto da Trump a un “debito” che andrebbe restituito agli USA. Non ha certo aiutato che il candidato Trump avesse stretto rapporti molto amichevoli con uno degli architetti del voto su Brexit, Nigel Farage, mettendo i piedi nel piatto di un complicato contenzioso intra-UE.

In breve, non è più chiaro agli europei se Washington voglia rendere più strette le alleanze esistenti oppure spezzarle per lavorare solo lungo canali bilaterali. Così, perfino uno dei discorsi più convenzionali e rassicuranti (almeno per la NATO) pronunciati finora dal Presidente, come quello di Varsavia del 6 luglio, è stato accolto con qualche diffidenza. In ogni caso, mentre le pressioni di Obama per maggiori sforzi comuni sulla difesa sortivano pochi effetti ma lasciavano intatti i rapporti diplomatici, il “metodo Trump” sta producendo molta irritazione ed effetti pratici altrettanto scarsi (la Germania era già su una traiettoria di crescita graduale, e non si vedono altri mutamenti di rilievo). Chiunque abbia mai seguito le vicende tortuose della “difesa europea” sa bene che convincere governi e opinioni pubbliche del Vecchio Continente a spendere di più e soprattutto con più efficienza è operazione lunga e frustrante.

A onor del vero, un tentativo di tracciare un quadro che sia più autonomo dalla “bussola Obama” è stato fatto, in particolare dal National Security Adviser H.R. McMaster e dal capo del National Economic Council Gary Cohn (con un editoriale apparso sul Wall Street Journal del 30 maggio). Anche in questo caso, tuttavia, si è ceduto alla tentazione di puntare anzitutto contro un bersaglio polemico. Ecco il loro passaggio centrale:

The president embarked on his first foreign trip with a clear-eyed outlook that the world is not a “global community” but an arena where nations, nongovernmental actors and businesses engage and compete for advantage. We bring to this forum unmatched military, political, economic, cultural and moral strength. Rather than deny this elemental nature of international affairs, we embrace it.

In realtà, nessun predecessore di Donald Trump ha mai creduto ciecamente in una “global community”; quello che Obama, come altri, ha perseguito è semmai un tentativo di costruire le basi di una tale comunità sui pilastri delle alleanze e dei trattati, oltre che della potenza americana. Esattamente come suggerito dall’espressione usata dallo stesso Presidente nel citato discorso di Varsavia, cioè la base di una “community of nations”. Il che non implica ignorare la vera natura dei rapporti internazionali al di fuori del mondo occidentale, ma forse provare a smussarne gli angoli più pericolosi – un passaggio logico che l’amministrazione non vuole per ora contemplare.

E’ come se il bersaglio di McMaster e Cohn fosse proprio il fantasma in movimento di un ex-Presidente, impalpabile eppure stranamente minaccioso. Inseguire il fantasma produce poi una ricetta strategica zoppa, ancora tutta da precisare e da rendere concreta: il fatto che l’America “abbracci” la sfida della competizione è infatti un punto di partenza ma non dice nulla sul punto di arrivo.

In politica interna, peraltro, si sono manifestati alcuni degli stessi problemi: perfino su come sostituire Obamacare non si è ancora trovato un sufficiente consenso tra i Repubblicani. E’ insomma difficile coalizzare un blocco politico solido attorno alla sola visione degli otto anni di Obama come una grande – e pessima – anomalia. La forte ositilità per un ex-Presidente e la sua eredità non bastano a creare un’azione politica efficace. Uno dei motivi, spesso sottovalutati, è che riportare gli Stati Uniti dov’erano prima di quei due mandati presidenziali significa tornare in piena crisi finanziaria (2008), oltre che ovviamente in una situazione imbarazzante riguardo alle politiche sanitarie per uno dei Paesi più ricchi al mondo: non esattamente un ponte verso la terra promessa.

Inoltre, ciò che accade nel resto del pianeta entra comunque nella vita quotidiana degli americani, che piaccia o no ai fautori della “America first”. E il resto del pianeta non tornerà certo a una mitica età dell’oro pre-obamiana perché così vuole Washington: ad esempio l’economia cinese diventa ogni anno relativamente più grande, per il naturale effetto dei tassi di crescita. Paradossalmente, allora, un viaggio nel tempo verso il passato è possibile, per Trump, soltanto nei casi in cui gli USA hanno ben poco da guadagnare: senza TransPacific Partnership, lasciando che la Cina eserciti tutta la sua pressione sugli alleati americani in Asia per nuovi accordi commerciali; senza Parigi, facendo scelte economiche prive di un coordinamento internazionale sui possibili cambiamenti climatici; con nuove sanzioni all’Iran (e una spada di Damocle sull’accordo nucleare), provocando forse un duro confronto con Teheran; con altre sanzioni, punendo nuovamente Cuba soprattutto per la sua storia. Rinegoziare alcuni aspetti del NAFTA (forse con qualche vantaggio realistico) potrebbe essere una rara eccezione a questo schema.

Ma, in altri casi, si è preferito abbandondare ufficialmente la via della “pazienza strategica” come verso la Nord Corea, oppure annunciare campagne rapide e decisive contro un nemico cameleontico come ISIS in Siria e Iraq, o ancora incoraggiando l’Arabia Saudita a scontrarsi con il vicino Qatar – il tutto a fronte di ben pochi risultati sostanziali. Seguire la bussola rovesciata di Obama non porta lontano.

Se poi si guarda al dossier Russia, quasi nessuna valutazione strategica è possibile vista la totale prevalenza di fattori interni nella gestione attuale dei rapporti bilaterali – a sua volta dovuta a scelte probabilmente spregiudicate compiute durante la campagna elettorale".

In buona sostanza "Comunque si voglia interpretare l’impatto della personalità e dello stile di Donald Trump sulle politiche della sua amministrazione, si deve sperare che la Casa Bianca si liberi del fantasma di Obama e guardi avanti. Purtroppo, almeno in politica estera ciò richiede una certa umiltà intellettuale, per accettare il fatto che il mondo è complicato e l’America non ha sempre l’opzione di “vincere” o abbandonare il tavolo. E’ l’ammissione che Obama fece fin dall’inizio della sua presidenza, nel bene e nel male. Vedremo se saprà farla anche il suo successore" conclude Menotti .(11/08/2017-ITL/ITNET)

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