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IMMIGRAZIONE E IMPRENDITORIA - RAPPORTO IDOS: 571.255 IMPRESE (9,4% SUL TOTALE). 6,9% VALORE AGGIUNTO - SI AFFERMANO IMPRESE IBRIDE E PARTONO 2,7% LE START UP

(2017-12-12)

  La IV edizione del  Rapporto Immigrazione e Imprenditoria curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS guarda più da vicino al crescente contributo degli immigrati al mondo del lavoro autonomo - imprenditoriale italiano, divenuto d'interesse anche sul fronte delle politiche europee e che non ha mancato di suscitare l’interesse degli Enti promotori del Rapporto: la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa – che associa più di 11mila imprenditori nati all’estero e tramite il Patronato Epasa-Itaco assiste ogni anno ancor più numerosi cittadini immigrati – e MoneyGram, che già dal 2009 si distingue per una specifica attenzione agli imprenditori di origine straniera, segnalandone le eccellenze tramite il MoneyGram Award.

In uno scenario generale che inizia appena ad esprimere i primi segnali di ripresa, si conferma, innanzitutto, l’ininter rotta tendenza alla crescita delle attività indipendenti degli immigrati: un andamento che dopo aver caratterizzato anche
gli anni più bui della crisi esplosa nel 2008, si consolida come uno dei tratti distintivi del fenomeno, che ha finito per distinguersi come un fattore di rilievo per gli equilibri dell’intero tessuto d’impresa nazionale. Questo il quadro emerso all'indagine su "Immigrazione ed Imprenditoria" promosso dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con CNA e Money Gram  per il 2017.

Mentre, infatti, le imprese gestite da lavoratori nati in Italia, dopo gli andamenti problematici degli ultimi anni (-2,7% dalla fine del 2011), anche nel 2016 fanno registrare una fase di sostanziale stagnazione (-0,1%), le aziende a guida immigrata seguono la direzione opposta (+25,8% nell’ultimo quinquennio, +3,7% nell’ultimo anno), affermandosi sempre più come componente strutturale del sistema economico-produttivo del Paese ed evidenziando ulteriormente lo spiccato dinamismo che caratterizza i percorsi lavorativi della popolazione di origine straniera. Un apporto dinamico, quindi, che si manifesta in tutti i settori e in tutte le regioni, aprendo interessanti e molteplici opportunità di sviluppo, a patto però di essere adeguatamente valorizzata e indirizzata lungo percorsi di progressivo consolidamento.

Alla fine del 2016 sono oltre 571.255 le attività indipendenti condotte da lavoratori immigrati, pari a quasi un decimo di tutte le aziende del Paese (9,4%): un’incidenza che cresce di anno in anno e che si lega, innanzitutto, alla più diffusa propensione all’avvio di nuovi esercizi da parte dei lavoratori immigrati, tale da compensare anche il loro maggiore coinvolgimento nelle cessazioni di attività. In continuità con quanto osservato negli anni più recenti, infatti, il peso delle imprese immigrate sale a un sesto del totale se si stringe l’attenzione su quelle avviate nel corso dell’anno (16,8%), mentre scende a circa un ottavo se ci si focalizza su quelle che nello stesso lasso di tempo hanno smesso di funzionare (12,0%).

Si conferma, in altri termini, la più diffusa propensione dei lavoratori immigrati a riconoscere nella via dell’autonomia una opportuna strategia di resistenza davanti alle difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro dipendente e agli
accentuati rischi di esclusione sociale che ne derivano.  Esclusione che, tuttavia, si riflette in qualche modo nella tipologia dell'impresa in quasi 8 casi su 10 scelgono, infatti, la forma della ditta individuale (79,3%, 453.185): la più semplice e meno onerosa per iniziare a lavorare in proprio.
Anche se il rischio è che, in assenza di adeguati piani di sostegno, parte di queste esperienze possano connotarsi come luoghi in cui lo svantaggio, invece che colmato, viene riprodotto e/o amplificato, facendo, dei percorsi che vi sottostanno, delle strategie di sopravvivenza e di adattamento, ma non di promozione socio-economica o di integrazione in senso più lato.

Il  Rapporto fa comunque presente come sussistano incoraggianti notizie di consolidamento delle attività indipendenti a guida immigrata, a partire dagli accentuati ritmi di crescita delle forme societarie più complesse e strutturate: “società a responsabilità limitata semplificata” (+59,9% dal 2011 e +10,6% nel solo 2016), che rappresentano ormai un ottavo di tutte le imprese immigrate registrate nel Paese (12,2%).

D’altra parte, gli stessi dati ad oggi disponibili sottolineano come le imprese condotte dagli immigrati già contribuiscono per il 6,9% alla creazione del valore aggiunto (102 miliardi di euro), un’incidenza, anche questa, in crescita.

Altro dato che evidenzia i progressi è la partecipazione degli immigrati al programma Start-up Visa (avviato dal 2014), che ha introdotto procedure semplificate per il rilascio di visti prettamente legati all’avvio di star up innovative A fronte di un progressivo  aumento delle candidature pervenute (252 in tutto e 151 concessioni di nulla osta), però, si evidenzia anche un significativo numero di rinunce, con una parallela riduzione nel numero effettivo dei titolari del visto di riferimento (135): un andamento che sembra richiamare le difficoltà del Sistema Paese ad attrarre (e trattenere) talenti e investitori dall’estero.

Anche tra i promotori di attività dall’alto valore tecnologico e innovativo, in ogni caso, cresce la presenza di lavoratori immigrati: a giugno 2017 sono 203 le start-up iscritte nell’apposita sezione del Registro delle imprese con una compagine societaria di origine prevalentemente straniera (2,7% del totale) e oltre 900 quelle in cui è presente almeno
un immigrato (12,6%).

Si tratta, è vero, di un apporto ancora contenuto, ma che non può non considerarsi importante, e non solo in termini di sostegno allo sviluppo del Paese. Sottolinea, infatti, come l’imprenditoria immigrata, oltre ad essere sempre più presente nei segmenti ordinari dell’attività produttiva, gioca il proprio ruolo anche negli ambiti a più alta redditività e che
richiedono elevate competenze tecnico-gestionali.

Si evidenzia, inoltre, il progressivo allontanamento da legami e relazioni che trascendono la dimensione familiare e comunitaria: un fattore di rilievo in una prospettiva di promozione del consolidamento delle esperienze imprenditoriali  valorizzate da opportunità che discendono da relazioni multiple e allargate, magari afferenti a diverse nazionalità ma per lo più orientate al  consumatore italiano. Tuttavia, solo nel 5,8% dei casi c'è  in quelle che il Report definisce "Imprese ibride" la partecipazione di soggetti nati in Italia.

Interessante l'evoluzione nell'ambito dei settori di attività: se commercio ed edilizia continuano a evidenziarsi come i principali ambiti di inserimento, che da soli raccolgono quasi 6 aziende ogni 10 (338mila, rispettivamente 36,2% e 22,9%), a distinguersi per i ritmi di aumento più elevati, tanto nell’ultimo anno che nell’intero quinquennio 2011-2016, sono i servizi alle imprese (che nel caso degli operatori di origine straniera riguardano soprattutto i servizi per gli edifici e il paesaggio e quelli di supporto per le funzioni d’ufficio) e le attività di alloggio e ristorazione (cresciuti rispettivamente del 6,7% e del 6,5% nell’ultimo anno e del 77,5% e del 46,0% dal 2011). Oltre 44mila, 7,7% tali imprese che  coprono una quota pari a quella della manifattura (45mila, 7,8%) che va invece  ridimensionandosi  +12,8% dal 2011 vs il -8,0% fatto registrare dalle aziende guidate da autoctoni –, mentre i servizi alle imprese rappresentano il 5,5% del totale (31mila).

Tutto ciò dimostra, tra l'altro, una grande capacità di adattamento ai cambiamenti in atto: il quadro mostra così il settore dei servizi (60,7%) al primo posto, seguiti dall’industria (30,8%). Ancora residuale resta invece l’inserimento in agricoltura (2,7%).

Di rilievo, invece, è l’inserimento dei migranti come lavoratori indipendenti nell’artigianato: un universo a sua volta segnato da specifiche problematiche di ricambio generazionale, in cui la presenza di cittadini di origine straniera ha gradualmente assunto un ruolo determinante. fine del 2016 sono circa 183mila le imprese artigiane condotte da nati all’estero, il 32,0% del totale, raccolte per lo più nell’edilizia (58,6%) e nella manifattura (16,6%).

Quanto alle provenienze geografiche: persiste  il peculiare protagonismo di un ristretto numero di Paesi, tra i quali, però, si registra la progressiva affermazione di “nuove” collettività. Allo stesso modo, pur nel persistere di consolidate tendenze alla concentrazione settoriale: consolidato il  protagonismo di marocchini (14,5% di tutti gli immigrati responsabili di ditte individuali in Italia) e cinesi (11,4%): nettamente concentrati nel commercio i  primi (nella misura del 71,8% del totale vs il 74,1% del 2014) e maggiormente distribuiti tra commercio 37,8%, manifattura 34,4% e servizi di alloggio e ristorazione 13,6% i secondi.

A questi si affianca, a seguito di aumenti sostenuti nell’ultimo decennio, la rilevante presenza romena (10,6%) e albanese (6,9%), entrambe segnate da una preponderante concentrazione nelle costruzioni (nella misura del 61,9% e del 71,7% del totale), ma anche da una parallela crescita dell’inserimento nei servizi (29,1% e 21,1%).

Seguono i piccoli imprenditori del Bangladesh (6,8%), protagonisti di una crescita eccezionale dal 2008 a oggi, che li ha portati ad aumentare di oltre 4 volte (+332,0%), e a rivolgere le proprie attività, che pure restano concentrate per il 66,1% nel commercio, verso una crescente partecipazione al comparto dei servizi alle imprese (17,8% e +924,6%).

Sul fronte della distribuzione geografica sul territorio nazionale resta caratterizzata dal protagonismo delle regioni centro-settentrionali, in cui le imprese immigrate operano in oltre i tre quarti dei casi (77,4% vs il 65,8% delle imprese gestite da lavoratori nati in Italia). Lombardia (19,3%) e Lazio (13,0%), e al loro interno Roma (11,4%) e Milano (9,1%), si distinguono come i territori che ne contano il maggior numero, seguite da Toscana (9,4%) – regione in cui è più elevato l’impatto sull’insieme delle imprese locali (12,9%) –, Emilia Romagna (8,8%), Veneto (8,3%) e, con un livello analogo, Piemonte e Campania (7,3%). E in  alcune aree meridionali, insieme alle Città Metropolitane di Roma e Milano - si distinguono i più elevati ritmi di aumento, a partire dalle grandi aree metropolitane di Napoli, Reggio Calabria e Palermo. (12/12/2017-ITL/ITNET)

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