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IMMIGRAZIONE - DOSSIER IMMIGRAZIONE IDOS :OLTRE 1.300.000 NATI IN ITALIA MA SCARSA INTEGRAZIONE. DISPARITA' ACCESSO SERVIZI ASSISTENZIALI , CASA, LAVORI POCO QUALIFICATI. IL RAZZISMO INVASICO SU INTERNET

(2018-10-25)

  Le comunita' straniere in Italia si sono integrate ?  La risposta del rapporto IDOS /Confronti, il cui Rapporto e' stato presentato oggi a Roma, è che si tratti in realta' di una integrazione incompiuta

In 45 anni di immigrazione in Italia, la popolazione straniera si è inserita nel tessuto sociale in maniera sempre più struttu rale: basti pensare che sono diventati cittadini italiani 1milione e mezzo di stranieri, dei quali 147.000 nel corso del 2017 (-27,3% rispetto agli oltre 201.000 del 2016); d’altra parte, IDOS stima in circa 1 milione e 300mila gli stranieri nati in Italia (“seconde generazioni”), oltre un quarto di tutti i residenti stranieri.
Di costoro, più di mezzo milione (503.000 giovani) è seduto tra i banchi di scuola e costituisce ormai i due terzi degli 826.000 alunni stranieri del paese, quasi un decimo (9,4%) di tutti gli scolari in Italia (dati Miur relativi all’a.s. 2016/2017).

Molti di questi giovani di “seconda generazione” sarebbero potuti diventare italiani se nel settembre 2017 il Parlamento avesse finalmente approvato la riforma della legge sulla cittadinanza, imperniata sullo ius culturae (sebbene impropriamente detta “dello ius soli”) e certamente non destinata ai profughi sbarcati in Italia, come pure molti credevano (o avevano la-sciato erroneamente intendere).
Del resto, tra tutti i non comunitari regolarmente presenti in Italia ben 2 su 3 (2.390.000) sono titolari di un permesso permanentemente valido, o perché hanno maturato almeno 5 anni di ininterrotto soggiorno regolare (lungo-soggiornanti) o perché diventati parenti stretti di un cittadino comunitario già residente in Italia, per lo più italiano, ad attestare un grado di radicamento e stabilità ormai consolidato.
Dei restanti 1.325.000 titolari di un permesso a termine (35,7%), che denota una presenza e uno status giuridico più precari, 3 su 4 sono in Italia per motivi familiari (39,3%) o di lavoro (35,2%), i quali indicano generalmente un’intenzione di permanenza stabile.

A fronte di questi incontrovertibili segnali di radicamento, restano ancora irrisolti numerosi problemi di gestione e di inserimento. Dei 239.000 titolari di un permesso inerente alla richiesta di asilo o alla protezione internazionale o umanitaria (1 ogni 5 titolari di un permesso a termine e 1 ogni 16 soggiornanti non comunitari), alla fine del 2017 erano circa 187.000  quelli inseriti nel sistema nazionale di accoglienza, in stragrande maggioranza (81,0% all’inizio del dicembre) nei Centri straordinari (Cas), nonostante le molteplici criticità che ne segnano spesso il funzionamento e i diversi casi di inadeguatezza (e, a volte, di malaffare) emersi nel corso degli anni.
In particolare, desta preoccupazione che in oltre un settimo dei casi la gestione dei Cas sia stata definita tramite affidamen to diretto (1.430 su 9.358, il 15,3% del totale ad agosto del 2017); un dato che si avvicina alla metà del totale in Calabria (49,3%) e in Molise (43,6%), mentre supera un terzo in Sardegna (36,9%) (fonte Camera dei Deputati). D’altra parte, è di appena il 13,2% la quota di richiedenti e titolari di protezione ospitata nei centri Sprar, che pure sono spesso indicati come buona prassi nazionale (e che tuttavia l’attuale esecutivo ha manifestato l’intenzione di ridurre), mentre i restanti profughi si trovano nei Centri di prima accoglienza (5,7%) o negli hotspot (0,2%).

In particolare, nel 2017 gli accolti nei centri Sprar sono per il 36,1% richiedenti protezione internazionale, per un altro 36,0% titolari di protezione nazionale, per il 14,0% titolari di protezione sussidiaria, per il 12,0% rifugiati che hanno ottenu to il riconoscimento dello status e per l’1,9% giovani con un permesso per minore età. Inoltre i tre quarti di tutti loro (73%) sono entrati in Italia via mare, il 13% attraverso una frontiera terrestre e il 7% per via aerea. Il 2% è giunto da altri paesi europei o è rientrato in Italia in base al Regolamento di Dublino, mentre i bambini nati in Italia sono il 3% degli accolti.

Durante l’anno, d’altro canto, sono uscite dall’accoglienza 9.037 persone, il 43,1% delle quali aveva concluso il percorso di “integrazione” e risultava aver raggiunto uno stato di autonomia lavorativa e/o abitativa.

Problemi di scarsa integrazione o discriminazione permangono anche in vari ambiti di inserimento sociale. Ancora si riiscontrano, ad esempio, disparità nell’accesso a misure assistenziali o a servizi essenziali di welfare, come gli asili nido, le mense scolastiche, i bonus bebè e i sostegni per famiglie indigenti, al cui riguardo alcune Amministrazioni locali hanno emanato ordinanze puntualmente bocciate dai giudici, in quanto discriminatorie.

Anche nell’accesso al mercato della casa gli stranieri restano particolarmente penalizzati, sia per gli affitti, a causa della frequente e dichiarata indisponibilità dei proprietari a locare a stranieri, sia per gli acquisti, a causa delle difficoltà di ottenere un mutuo. Ne consegue che quasi 2 stranieri su 3 abitano in affitto, spesso in coabitazione, e solo 1 su 5 in case di proprietà (di metratura mediamente limitata e soprattutto in contesti residenziali popolari e di periferia), mentre il resto abita o presso i datori di lavoro o da parenti e amici, a volte anche in condizioni di sovraffollamento.

Le discriminazioni, poi, dilagano in internet, con un aumento esponenziale di discorsi d’odio razzista, spesso sulla base di rrappresentazioni distorte che riguardano anche la religione di appartenenza, fomentando l’idea – come si sente spesso dire che siamo “invasi da musulmani”, mentre tra gli immigrati i cristiani sono la maggioranza assoluta (2.706.000, pari al 52,6% del totale, secondo la stima di IDOS), con preminenza degli ortodossi (1,5 milioni) e dei cattolici (oltre 900.000),  mentre i musulmani sono 1 ogni 3 (32,7%, pari a 1.683.000 persone).

Sul fronte del lavoro, poi, la credenza che gli immigrati rubino il lavoro agli italiani è, da anni, smentita dalla realtà: dei .423.000 occupati stranieri nel 2017 (10,5% di tutti gli occupati in Italia), ben i due terzi svolgono professioni poco  qualificate o operaie (nelle quali sono rispettivamente un terzo e un ottavo degli addetti), siano esse nel settore dei servizi, dove i lavoratori stranieri si concentrano per oltre i due terzi (67,4%), o in quelli dell’industria e dell’agricoltura (dove provano impiego rispettivamente nel 25,6% e nel 6,1%).
Non sorprende, quindi, che siano sovraistruiti più di un terzo di essi (34,7%, contro il 23,0% degli italiani, per uno scarto di  oltre 11 punti percentuali).
In particolare, è straniero il 71% dei collaboratori domestici e familiari (comparto che impiega il 43,2% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi e risto ranti (per lo più addetti alla pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Inoltre i lavoratori immigrati restano ancora schiacciati nelle nicchie di mercato caratterizzate da impieghi pesanti, precari, discontinui, poco retribuiti,sspesso stagionali e caratterizzati da sacche di lavoro nero (o grigio) e, quindi, di sfruttamento.

In questo quadro, i disoccupati stranieri sono calcolati in 406.000, un settimo di tutte le persone in cerca di occupazione in Italia, per un tasso di disoccupazione del 14,3% a fronte del 10,8% relativo agli italiani.

La scarsa mobilità professionale degli stranieri, tipica di un mercato rigidamente stratificato come quello italiano, li inchioda poi in situazione di subordine, che si riflette nel differenziale retributivo: in media, un dipendente italiano guadagna il 25,5% in più rispetto a uno straniero (1.381 euro mensili contro 1.029), mentre le donne straniere guadagnano in media il 25,4% in meno dei connazionali maschi.

Proprio riguardo alla penalizzazione femminile, colpisce l’elevata quota di giovani straniere di 15-29 anni appartenenti alla categoria dei Neet (persone che né lavorano né seguono un percorso di formazione o tirocinio): ben il 44,3%, a fronte del 23,7% delle loro coetanee italiane. Si tratta di un dato connesso all’allarmante fenomeno dell’inattività femminile, che colpi sce immigrate con più bassi titoli di studio e soprattutto di alcune collettività: a fronte di una media del 44,1% riguardante le donne straniere in generale (43,9% per le sole non comunitarie), le pakistane, egiziane e bangladesi raggiungono tassi di iinattività di oltre l’80% (fonte Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali).

Niente di tutto questo fa pensare che gli immigrati siano in competizione con gli italiani per un’occupazione o che rubino agli italiani il lavoro, come pure la retorica dominante continua a proclamare. Un riflesso di questa disparità si osserva nel differenziale di reddito dichiarato: nel 2016, quello dichiarato da cittadini stranieri è stato complessivamente di 27,2 miliardi, pari a una media annua pro capite di 12.000 euro, inferiore di quasi 10.000 euro a quella degli italiani (circa 21.600 euro). Come evidenzia la Fondazione Leone Moressa, su tali redditi i contribuenti stranieri hanno versato Irpef per 3,3 miliardi di euro, che sommati ad altre voci di entrata, riconducibili a cittadini stranieri (tra cui 320 milioni solo per i rilasci/rinnovi dei permessi di soggiorno e le acquisizioni di cittadinanza e 11,9 miliardi come contributi previdenziali), assicurano un introito nelle casse dello Stato pari a 19,2 miliardi di euro, che paragonati con i 17,5 miliardi di spesa pubblica dedicata agli immigrati (il 2,1% dell’intera spesa pubblica nazionale), rendono il bilancio statale tra entrate e uscite imputabili all’immigrazione positivo di un importo che oscilla tra 1,7 e 3 miliardi di euro.

È notevole, inoltre, che nel 2017 i lavoratori stranieri tesserati ai tre sindacati confederati (Cgil, Cisl e Uil) siano circa 375.000 (+45.000 rispetto al 2016), l’8,5% degli iscritti. In particolare, la categorie sindacali con le incidenze più alte di scritti stranieri sono quelle dei comparti delle costruzioni (dove essi superano il 25%), dell’agricoltura (dato di poco inferiore), del commercio e dei servizi (dove sfiorano il 20%), dei trasporti e della logistica (dove mediamente superano il 10%).

La voglia di riscatto, alimentata dalla frustrazione di un mercato del lavoro dipendente oltremodo avaro, trova nel lavoro autonomo la sua migliore esplicazione: in Italia sono quasi 590.000 le imprese guidate da immigrati (il 9,6% di tutte quelle attive), aumentate anche negli anni della crisi economica.  Talora si tratta di ditte e aziende in grado dare impiego anche a lavoratori italiani....(25/10/2018-ITL/ITNET)

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