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LAVORO - GIOVANI - FONDAZ. VISENTINI PROPONE: "REDDITO DI OPPORTUNITA'" (20.000 EURO) PER GIOVANI DAI 16 AI 34 ANNI PER SERVIZI E BENEFICI CHE PERMETTANO FORMAZIONE E... SPREAD SOCIALE FRA NORD E SUD CRESCIUTO NEL 2019

(2019-12-17)

  Le raccomandazioni dell’Ocse:

Mauro Pisu, Ocse:  “La questione del divario intergenerazionale deve essere posta al centro del dibattito pubblico e politico in quanto è all’origine dell’emigrazione massiccia dei giovani dall’Italia. Il III Rapporto della Fondazione Bruno Visentini dà un importante contributo in questo senso e fornisce utili proposte che la classe politica dovrebbe prendere in considerazione” .
La Fondazione Bruno Visentini  ha presentato presso l’Università Luiss Guido Carli, la terza Edizione del Rapporto
su “Il divario generazionale e il reddito di opportunità”. I lavori sono stati introdotti dal Rettore Luiss, Andrea Prencipe, e dal Presidente della Fondazione, Alessandro Laterza.

  La ricerca prosegue il monitoraggio sulla misura del tempo e dello spazio concesso ad un giovane per raggiungere
la sua indipendenza economica, e lo fa attraverso l’Indice di divario generazionale. Per la prima volta, inoltre, è stato
presentato anche un indice macroregionale, al fine di mettere l’accento sull’emergente e ulteriore divario generazionale dei giovani del Sud (128 gli elementi del divario, uno in piu' ). Una sorta di spread tra le opportunità offerte a un giovane del Nord rispetto a quelle offerte a un giovane del Mezzogiorno. In ultimo, vengono poste le basi per l’introduzione in Italia di uno strumento di sostegno allo sviluppo dei giovani durante un ampio spettro della loro vita, cioè dai 16 anni ai 34. Strumento che nel rapporto è stato definito “Una mano per contare” e che lo scorso anno la stampa ha ripreso come “Reddito di opportunità”, una misura non necessariamente alternativa ma integrativa del Reddito di cittadinanza”.

“IL 2020 - afferma il prof. Luciano Monti redattore scientifico del Rapporto - è alle porte così come la scadenza degli impegni presi dal nostro paese nel quadro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che impone di dare corso al target 8.b “Entro il 2020, sviluppare e rendere operativa una strategia  globale per l'occupazione giovanile e l'attuazione del Patto globale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro”.
Dunque, oltre al consenso sugli obiettivi, urge ora trovare una condivisione di strumenti (sistematizzati in una Legge quadro) per la concreta ed efficace attuazione. I giovani non possono rimanere ancora alla finestra” (Luciano Monti).

Ma approfondiamo con il Prof. Luciano Monti cosa sia il citato "Reddito di opportunta'

L’introduzione del Pilastro europeo dei diritti sociali approvato dai paesi membri dell’UE il 17 novembre a Göteborg ha fornito una prima piattaforma condivisa di strumenti per fronteggiare, da un lato il persistere -in taluni casi l’acuirsi – delle differenze tra i più ricchi e i più poveri, dall’altro l’emergere di una sempre maggiore insicurezza sociale generata dalla radicale trasformazione del mercato del lavoro e dalla fragilità nel lungo periodo del sistema di welfare.

Il mancato raggiungimento dell’obiettivo fissato dalla Strategia di Europa 2020, che traguardava per l’anno prossimo la consistente riduzione della povertà, ha drammaticamente riportato l’attenzione sull’intervento preventivo rivolto alle famiglie a rischio di povertà. Interventi che hanno ridotto e riducono il numero dei poveri dopo gli interventi sociali in paesi come la Francia ma non ha portato sinora significativi risultati in Italia.

Se tuttavia gli obiettivi sono condivisi, meno lo sono gli strumenti da utilizzare per raggiungerli e ancora meno la quantità di risorse da mettere in gioco. Il dibattito in Italia circa l’introduzione del reddito di cittadinanza e la sua successiva attuazione ne sono una evidente testimonianza.

L’eccessivo onere finanziario richiesto per l’introduzione del Reddito Universale di base (Universal Basic Income – UBI) ha stimolato un ampio dibattito a livello internazionale anche sull’opportunità di immaginare dei possibili modelli di “reddito di base” da destinare esclusivamente alle classi di età più giovane, non solo come strumenti di sostegno economico, ma anche come possibili leve di sviluppo umano nel medio lungo periodo.

Tale modello sperimentale, definito “YBI” (“Youth Basic Income”) prevede il riconoscimento di un sostegno economico, su base individuale, a un target specifico di giovani, a prescindere dalle loro effettive condizioni economiche. Lo YBI si differenzierebbe, dunque, dall’UBI per la sua natura “generazionale” (si rivolge esclusivamente alle nuove generazioni) e non universale; allo stesso tempo, in linea con il “reddito universale di base”, si caratterizzerebbe per essere una misura assistenziale (non eroga servizi/prestazioni ma denaro), individuale e periodica.

Le esperienze più interessanti in tal senso sono da ricercare in alcuni Paesi extra-europei (Nuova Zelanda, Sud Corea, Australia) che da tempo dispongono di innovative strategie di politica intergenerazionale focalizzate non solo sul supporto al giovane nelle fasi iniziali del proprio percorso di maturità (istruzione e accesso al mercato del lavoro), ma anche in quelle successive, come l’accesso alla prima abitazione, la salute, e la nuova famiglia.

Monti, invece, si concentra sulla proposta, già formulata nel precedente Rapporto sul divario generazionale  e ulteriormente articolata in quello appena citata e presentato anche su questa rivista nei mesi scorsi in occasione della settimana mondiale dell’equità intergenerazionale  e che può essere definito come il “reddito di opportunità”

Lo strumento operativo è un conto individuale (denominato “una mano per contare”) che fornisce ai giovani l’opportunità di presentarsi per tempo e preparati ai grandi appuntamenti della vita, varcando le cosiddette tre porte: casa, lavoro, famiglia.  Lo strumento in questione permette l’acquisizione di beni e servizi per progredire in cinque differenti livelli (le cinque dita della mano, da cui il nome al conto): a) il processo educativo e l’acquisizione di nuove competenze; b) il processo professionale in una nuova strategia di specializzazione; c) il passaggio dalla scuola al lavoro; d) il passaggio dalle idee ai progetti imprenditoriali; e) l’alloggio e la mobilità.

Secondo questa piattaforma, i beneficiari, per avere l’opportunità di aprire le loro “porte” più facilmente, possono acquisire, per un periodo di circa vent’anni (da 16 a 34 anni) servizi / benefici / sgravi fiscali per integrare le loro esperienze dell’apprendimento basato sul lavoro, per sviluppare la ricerca nelle aziende e per finanziare l’orientamento al lavoro, la formazione continua, l’attività imprenditoriale e l’alloggio e i servizi di supporto per la loro giovane famiglia.

L’importo totale proposto del reddito di opportunità è stimato in 20.000 euro per ciascun beneficiario per l’intero periodo. Una prima simulazione spiega come con la mobilitazione di circa 4,6 miliardi su base annua, sarebbe possibile intervenire su oltre 2 milioni di giovani. Immaginando di riservare prevalentemente il reddito di opportunità ai giovani NEET under 35 anni, ciò significherebbe interessare oltre i 2/3 di questi ultimi e un miglioramento dell’Indice del Divario generazionale al 2023 di 4-6 punti, riportandolo quantomeno alla situazione ante 2010.

Si tratta naturalmente di una proposta tecnica, il cui dibattito con le parti sociali e le forze politiche prenderà il via proprio il 5 dicembre prossimo, ma sin da ora mi preme sottolineare come il reddito di opportunità (ascrivibile al modello del YBI ma in forma evoluta perché presuppone un beneficiario non passivo ma proattivo e l’erogazione non di denaro ma di beni e servizi), non è una misura alternativa al reddito di cittadinanza ma integrativa di quest’ultimo

Il perché lo si comprende bene dalle modalità proposte per la sua copertura, in parte rinveniente dalla ridefinizione radicale della Garanzia Giovani e di altre misure definibili “generazionali”, già messe in campo dalle recenti Leggi di Bilancio, ma anche da una parziale concentrazione del reddito di cittadinanza sui giovani, ridefinendo i paletti di acceso e le modalità di impiego delle risorse a questo collegato.

Per il professore in materia c’è una visione disorganica della politica giovanile. E soprattutto manca una strategia di medio-lungo termine. Basti pensare che le risorse a disposizione sono passate da quattro a tre miliardi e mezzo di euro. La manovra del governo non solo non ha aumentato, ma ha addirittura ridotto i fondi, pur mantenendo un numero elevato di misure. Nella legge di Bilancio 2019 ci sono 33 misure generazionali, 18 potenzialmente generazionali e 2 anti-generazionali.

Reddito di Cittadinanza e Quota 100 misure generazionali ?

Per la Fondazione Visentini Quota 100 per sua natura non può essere considerata una misura generazionale. Ma non lo è neppure il Reddito di Cittadinanza perché i dati attuali ci dicono che i grandi beneficiari sono gli over 35."

Sono anti-generazionali?

il Prof. Monti risponde " La prima senza dubbio. Quell’effetto di sostegno a una nuova occupazione giovanile non si sta realizzando: i lavoratori che vanno in pensione anticipata, normalmente non vengono sostituiti. Per la seconda non possiamo fare questa valutazione oggi, bisogna aspettare e vedere che tipo di impatti avrà sull’economia.

Quanto allo  spread sociale. elemento affrontato, in particolare nel Rapporto 2019. Di cosa si tratta?

Spiega il Prof.Monti:  è  la differenza tra le difficoltà incontrate da un giovane del Nord e uno del Sud. Il primo dobbiamo considerarlo come un Bund tedesco mentre il secondo come un Buono del tesoro poliennale (Btp) italiano. Il divario è inquietante: siamo passati dai 400 punti base del 2004 ai circa 470 del 2018, con un’impennata proprio nell’ultimo anno. Addirittura si sfiora il record assoluto che è stato raggiunto nel 2011, in piena recessione. In pratica nel Mezzogiorno il muro del divario rischia di essere una prigione."

Gli indicatori che maggiormente indicano un peggioramento delle condizioni dei giovani del Sud rispetto a quelli del Centro-Nord - spiega il Rapporto - sono quelli relativi all’abitazione (accesso, manutenzione e spese di gestione della casa). Al Nord si è passati dal 19,64% nel 2004 al 21,52% nel 2018, nel Mezzogiorno dal 36,02% nel 2004 al 46,20% nel 2018. Il che comporta una permanenza nella casa dei genitori da parte dei giovani ed un rinvio della decisione di formarsi una famiglia.

Inoltre, altro fattore penalizzante per i giovani del Sud è la minor spesa per ricerca e sviluppo  in rapporto al Pil che nel Mezzogiorno è stata pari ad un aumento di poco più di un terzo rispetto al resto dell’Italia, passando da 0,24% al 2004 allo 0,33% nel 2018. Come sottolineato dal professore Monti: «Spread sociale e aspettative dei giovani spiegano il perché la maggioranza dei giovani che attualmente frequenta le scuole superiori nel Mezzogiorno immagina di avere un futuro lavorativo fuori dalla propria regione e talvolta anche fuori dal nostro paese. Solo meno del 13% ritiene che rimarrà nella propria città. Lo stesso Rapporto dimostra, d'altra parte,  come i flussi migratori siano indirizzati verso quei paesi che registrano un indice di equità intergenerazionale  migliore di quello italiano». (17/12/2019-ITL/ITNET)

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