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LAVORO - PART TIME: COSTA DI PIU' ED E' MENO PRODUTTIVO MA E' FONDAMENTALE PER CONCILIAZIONE VITA-LAVORO . L'ANALISI

(2019-04-30)

Le statistiche rivelano che il lavoro part-time è meno produttivo ed è pagato di più: per questo le aziende spesso non lo concedono. Ma è uno strumento fondamentale di conciliazione vita-lavoro. Occorre perciò che lo stato lo agevoli con alcune misure."  A parlarne su "la voce.info" sono Francesco Devicienti, Elena Grinza e Davide Vannoni dell'Universita' di Torino.Ma la questione è stata affrontata anche in altri studi  (vedi: https://www.eurofound.europa.eu/sites/default/files/ef_files/pubdocs/2000/21/en/1/ef0021en.pdf) .

"Se, a parità di condizioni, il part-time impone perdite, le imprese non sono indifferenti nell’impiegare i loro dipendenti full-time o part-time. In effetti, ci sono svariati motivi per cui il part-time potrebbe danneggiare la produttività aziendale. Potrebbe causare inefficienze di coordinamento e comunicazione all’interno delle aziende; oppure una riduzione della produttività individuale del lavoratore dovuta a quelli che in letteratura sono chiamati “start-up costs” (per esempio, la prima mezz’ora della giornata persa prima di iniziare a “carburare”). Il part-time potrebbe anche essere associato a maggiori costi. È ampiamente riconosciuto che impiegare lavoratori part-time aumenta i costi fissi del lavoro, cioè quelli non legati al numero di ore lavorate ma al numero di lavoratori (per esempio, costi di reclutamento e formazione).

In un nostro studio di recente pubblicazione, utilizziamo l’indagine Ril (rilevazione longitudinale su imprese e lavoro) effettuata dall’Inapp e mostriamo che l’utilizzo di lavoro part-time è significativamente associato a una minore produttività aziendale. Secondo le nostre stime, un aumento della quota di lavoratori part-time di 10 punti percentuali decrementa la produttività aziendale dell’1,45 per cento.

Tuttavia, se le aziende potessero adattare i salari alla produttività dei lavoratori part-time, tenendo anche conto degli eventuali maggiori costi fissi, dovrebbero essere indifferenti tra utilizzare lavoro full-time o part-time. In pratica, e specialmente in mercati del lavoro rigidi come quello italiano, le singole imprese hanno poco potere nella determinazione dei salari, che sono perlopiù regolati da precisi accordi collettivi, sia nazionali che aziendali. Se la legge prevede, come nel caso italiano, che i lavoratori full-time e part-time devono godere degli stessi trattamenti economici secondo un principio di “pro rata temporis”, il calcolo è presto fatto: il lavoro part-time impone perdite di produttività e maggiori costi che non possono essere recuperati con corrispondenti riduzioni salariali. Non è tutto: in Italia, gli accordi collettivi possono stabilire benefit aggiuntivi indirizzati ai lavoratori part-time, tra cui una più alta retribuzione oraria.

Come non penalizzare le imprese

In un nostro recente studio, cerchiamo di capire se, in definitiva, i salari dei lavoratori full-time e dei lavoratori part-time sono sistematicamente diversi, pur a parità di mansione e di quantità di lavoro erogata. Utilizziamo dati Inps su tutta la popolazione di lavoratori dipendenti per più di trent’anni, dal 1984 al 2015. Per identificare l’effetto del part-time sul salario, analizziamo le trasformazioni da un contratto full-time a uno part-time (e viceversa) dello stesso lavoratore all’interno della stessa impresa. L’analisi è così in grado di tener conto delle specificità (non osservate dall’analista) a livello di lavoratore, impresa e “job-match”. Lo studio rivela un modesto, ma statisticamente significativo, differenziale salariale a favore delle posizioni part-time, dell’ordine del 4 per cento negli ultimi anni. Il premio si manifesta in tutti i gruppi di imprese e lavoratori (ad esempio, a prescindere dall’avere o meno un contratto a tempo indeterminato) e, seppur con una tendenza alla progressiva riduzione, in tutto l’arco temporale considerato. I risultati sono coerenti con l’assetto e gli sviluppi istituzionali del nostro paese. Da un lato, accordi collettivi che possono espressamente prevedere benefici salariali per i lavoratori part-time, dall’altro, una progressiva tendenza verso la desindacalizzazione e una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro.

Insomma, i nostri risultati indicano che il lavoro part-time non solo è associato a una produttività significativamente minore, ma è anche pagato comparativamente di più. A ragione, se il part-time è meno produttivo ed è pagato di più, le aziende sono restie a concederlo. Non è quindi da esse che dovremmo aspettarci un genuino impegno in tal senso.

Il problema è che il part-time è uno strumento fondamentale di conciliazione vita-lavoro. Diventa dunque cruciale l’intervento dello stato, che dovrebbe mettere le imprese nella condizione di non essere penalizzate dall’utilizzo di lavoro part-time. Sgravi fiscali sui lavoratori a cui si concede di passare al part-time potrebbero essere un’opzione. Gli sgravi potrebbero essere superiori per chi ha più stringente bisogno di una conversione del contratto da full-time a part-time, come per esempio i genitori di bambini piccoli oppure chi si prende cura di un famigliare malato. Le riduzioni fiscali non andrebbero invece concesse quando il passaggio al part-time non fosse richiesto dal lavoratore, ma rientrasse in una discutibile strategia di contenimento dei costi da parte di imprese in difficoltà. Aiuterebbe poi rendere i salari più allineati alla produttività, contribuendo a ridurre le distorsioni nel mercato del lavoro e le inefficienze nell’incontro tra domanda e offerta, anche per quanto riguarda le posizioni part-time." (30/04/2019-ITL/ITNET)

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