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DONNE - LAVORO - DAL DOCUMENTO FORUM O.P. CNEL PER NEXT GENERATION EU’ LO STATU QUO

(2020-10-05)

Come noto, i dati congiunturali relativi al mercato de lavoro non hanno registrato cadute dell’occupazione paragonabili alla caduta del PIL, poiché Governo e Parlamento sono intervenuti con misure che hanno consentito il ricorso senza precedenti agli ammortizzatori nelle varie forme esistenti.

Tuttavia, la diminuzione dell’occupazione si è concentrata in prevalenza sul  lavoro autonomo e sul lavoro dipendente a tempo determinato (-13%). In quest’ultimo segmento sono emersi due fenomeni: una forte contrazione degli occupati giovani (per la fascia di età fino a 34 anni, -7%) e una occupazione
femminile più sensibile alle oscillazioni del mercato.  A segnalarlo il documento del Forum Pari Opportunità del CNE per Next Generation Eu, che nei prossimi giorni sara' consegnato a Governo e Parlamento.

Le dinamiche degli inattivi (coloro che interrompono le azioni di ricerca attiva di un’occupazione)- prosegue il documento -  appaiono simili per maschi e femmine, evidenziando una crescita sostenuta fino a tutto aprile e una veloce decrescita a partire da maggio; tuttavia la curva delle donne si mantiene sempre sotto quella degli uomini: ciò significa che il numero delle inattive è aumentato meno velocemente rispetto agli uomini durante i mesi di contenimento e, non appena è stato possibile attivarsi, le donne lo hanno fatto con maggiore intensità rispetto agli uomini. In sostanza, le donne costituiscono un segmento più mobile del mercato del lavoro.

Il quadro economico recessivo ha colpito poi settori quali quello dei servizi con una presenza femminile più marcata anche in riferimento alla crisi di dieci anni fa. L’impatto economico e occupazionale delle donne - tradizionalmente impiegate in settori anticiclici - rischia di tradursi in profondo shock sul reddito delle famiglie.

• La crisi epidemiologica si è innestata su un quadro già caratterizzato dalla diminuzione del lavoro indipendente, che per molto tempo ha rappresentato in Italia una modalità di ascesa sociale, e ciò ha
riguardato in particolare la componente femminile. Laddove le disuguaglianze in termini di genere hanno mostrato una riduzione, ciò è avvenuto a seguito della forte penalizzazione dell’occupazione maschile impiegata nei settori più esposti al ciclo congiunturale, piuttosto che alla crescita del lavoro delle donne.

Questo dato deve far riflettere perché risente di un cambiamento strutturale dell’economia:
la componente femminile ha un ruolo importante nel processo di terziarizzazione, mentre i settori ad alta intensità di lavoro maschile (edilizia, industria in senso stretto) non hanno mai recuperato le perdite
subite fino al 2013. Ciò nonostante, anche a causa del fatto che i comparti tradizionalmente femminili (sanità e amministrazione pubblica) registrano oggi un numero di occupati sensibilmente inferiore rispetto ai principali partner europei, il tasso di attività delle donne è rimasto basso. Si pensi al settore della ricerca, fondamentale non soltanto per l’emergenza ma strategico per il futuro sviluppo del Paese: malgrado in esso la componente femminile sia di tutto riguardo, la quota occupazionale è particolarmente bassa in Italia, pari ad esempio a meno della metà di Francia e Germania.

• La crisi epidemiologica ha avuto un marcato impatto sull’organizzazione familiare, con riflessi sui carichi di cura, sugli  equilibri delle convivenze e sulle opportunità di apprendimento dei bambini. Il costo  dell’adattamento del lavoro agli equilibri familiari ricade per il 38% sulle occupate donne (per il 43% se con figli fino a 5 anni) e per il 12% sugli occupati padri. Le fondamentali dimensioni della disuguaglianza di genere riguardano, prima e dopo il Covid, i tassi di occupazione, la qualità del lavoro, la stabilità, l’irregolarità, la segmentazione e la segregazione professionale

. A questi elementi si aggiungono le limitate possibilità di conciliazione, che dipendono in gran parte dalla ineguale ripartizione dei carichi di cura fra i generi, nonché da un'organizzazione del lavoro che, in Italia molto più che in altri Paesi, continua ad essere plasmata su un modello eminentemente maschile, con orari molto lunghi e valutazione basata sulla presenza e non sul risultato, modello che sottintende che vi sia a casa un partner che si occupa di tutto il resto. Un aspetto particolarmente critico, come noto, riguarda l’elevato tasso di irregolarità dell’occupazione; l’ISTAT stima numeri preoccupanti: circa il 13% dell’occupazione totale, con marcate differenze fra settori: 13,9% nei servizi, il 17% nell’alberghiero
e nei pubblici esercizi, il 23,8% nelle attività ricreative e più del 58% nel lavoro domestico.
Nei settori dove è elevato il tasso di irregolarità, è molto marcata la presenza femminile.

Nel lavoro di cura, in particolare la definizione di albi e un investimento nella formazione continua, permetterebbe di far emergere una gran parte del lavoro nero prevalentemente femminile e a carico di migranti e creare buona occupazione. A sostegno di questo obiettivo, piuttosto che politiche di
incentivi, andrebbero immaginati sgravi fiscali continui. Gli indicatori che misurano la distribuzione delle donne occupate fra le differenti categorie professionali mostrano, infine, che la segregazione di genere
si è andata accentuando, anziché ridursi, nel tempo: i principali indici sono rimasti stabili nel periodo 2004-2008, ma sono aumentati sistematicamente a partire dal 2009 raggiungendo il massimo nel 2019: ciò significa che la concentrazione del lavoro femminile in alcuni comparti (attività domestiche, ricreative e culturali con l’88% di donne, specialiste della formazione con il 79%, servizi di istruzione, sanitarie e  alle famiglie con il 65% di occupate donne) si è rafforzata. Infine, un dato di sintesi che merita riflessione: il segmento di forza lavoro non utilizzata (disoccupati + forze lavoro potenziali), che ammonta secondo l’ISTAT a 5,5 milioni di individui nel 2019, è formato per più del 53% da donne.

• Nel quadro di interventi e priorità nel quale utilizzare gli strumenti di Next generation EU si deve tener conto di tre aree critiche: la scarsa disponibilità di servizi per la prima infanzia, soprattutto nel Meridione
e nei primi due anni di vita del bambino, l’insufficienza di investimenti in politiche per la conciliazione, la rigidità delle scelte di organizzazione del lavoro delle imprese. Inoltre, l’aumento della propensione a rivolgersi all’asilo nido continua a dipendere drammaticamente dalla diffusione ampia e consolidata delle strutture e dal reddito familiare: la percentuale di famiglie che frequentano il nido sale dal 13% per il quintile più povero al 31% per il quintile delle famiglie più ricche; ciò significa che la funzione educativa dei servizi formali per l’infanzia e il ruolo che svolgono nella riduzione del disagio e delle disuguaglianze di partenza, divengono via via meno forti laddove più servirebbero.

In questo quadro, influisce la mancata attuazione del progetto 0/6 che riconduce gli asili nido da servizio a richiesta individuale a servizio educativo. Questa trasformazione consentirebbe non solo l’introduzione del concetto di universalità del diritto, ma anche del suo ruolo di inclusione, socializzazione e formazione dei bambini. (05/10/2020-ITL/ITNET)

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