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DONNE - ITALIANE ALL'ESTERO - DAL CENTRO STUDI ALTREITALIE STUDIO SU "LA VIOLENZA SULLE DONNE NELLE MIGRAZIONI ITALIANE: WHERE DO WE GO FROM HERE ?"

(2020-10-26)

  Il Centro AltreItalie ha presentato di recente una ricerca su "La violenza sulle donne nelle migrazioni italiane: where do we go from here? "  Di seguito alcuni abstract della pubblicazione.

"Lo studio - afferma Maddalena Tirabassi, direttrice del Centro - sociologa e valente ricercatrice delle dinamiche migratorie italiane nel mondo -  parte dalla premessa che la violenza subita dalle donne nei fenomeni migratori italiani non è stato ancora adeguatamente considerata. Individua tracce delle sofferenze e delle violenze «grandi» e «piccole» rileggendo le ricerche che hanno avuto per oggetto la tratta delle bianche, i matrimoni combinati, le spose per procura, le donne lasciate a casa dai mariti emigrati, le donne assistite dai servizi sociali per i conflitti intergenerazionali.

L'indagine mostra che un buono punto di partenza può essere quello di individuare quali sono le fonti per scrivere la storia di queste violenze tornando a leggere tra le righe della letteratura e della documentazione ufficiale: dei medici di bordo, dei rapporti giudiziari, degli schedari del servizio sociale o dei manicomi.
Ma, conclude, è attraverso la letteratura, in particolare in alcuni studi effettuati recentemente negli Stati Uniti, che si possono trovare i drammi vissuti dalle donne e comprendere i motivi delle reticenze della storiografia ad affrontare l’argomento. Le memorie familiari tramandate oralmente e messe su carta da discendenti di seconda o più generazione sembrano infatti offrire i campi più promettenti per ricostruirne la storia, in particolare per le migrazioni più vecchie di cui non possiamo avere testimonianze dirette, avendo per protagoniste donne prevalentemente analfabete, che non parlavano né la lingua dei paesi di insediamento e a volte nemmeno l’italiano.

Scrive Augusta Molinari, dell'Università di Genova, autrice nella sezione dedicata alla "malattia come violenza di genere nelle migrazioni transoceaniche"

Nel corso delle migrazioni transoceaniche italiane di massa sia le donne che migrano sia quelle che «restano» subiscono sui loro corpi le conseguenze di progetti migratori che riflettono dominio patriarcale. Sono gli uomini e il loro salario ad essere considerati un valore nei paesi di destinazione. La malattia assume il carattere di una violenza di genere perché riflette il ruolo accessorio attribuito alle donne nelle migrazioni. Sono molte le donne che si ammalano e muoiono ma le loro condizioni di salute restano invisibili, sia all’estero che in patria, perché il loro corpi non sono considerati essenziali per la realizzazione di un progetto migratorio. La documentazione sanitaria di bordo e la pubblicista medica dell’epoca consentono di «gettare uno sguardo» su una violenza di genere che ebbe effetti devastanti sulla vita di migliaia di donne."

Valentina Fusari dell'Università di Pavia punta le forme di violenza esercitate dall'esercito italiano in Eritrea tra il 1882 ed il 1941. "Una riflessione sulle voci del verbo violare"

"Fra le forme di violenza perpetrate dal colonialismo italiano, quella sulle donne merita una riflessione particolare, sia per la sensibilità della tematica che per l’approccio metodologico e i risultati della ricerca finora raggiunti. Il presente contributo, utilizzando l’esperienza coloniale italiana in Eritrea (1882-1941) e combinando fonti primarie e secondarie, intende tracciare una sintetica genealogia della violenza verso le donne indigene.

Nello specifico, partendo dai temi di studio e dagli approcci metodologici che hanno consentito una parziale e prevalentemente eurocentrica ricostruzione delle memorie, vengono individuati "silenzi" da cui ripartire per promuovere una rilettura della quotidianità coloniale, nel tentativo di fare emergere la necessità e l’opportunità di un’ossatura teorica interdisciplinare per affrontare adeguatamente l’argomento.

Inoltre, si propone una prospettiva che non ponga aprioristicamente l’accento sulla vittimizzazione delle indigene per la violenza fisica, psicologica e simbolica a cui furono esposte, ma che metta in risalto anche la loro agentività, per tracciare la capacità di agire attivamente e in maniera diversificata nel contesto coloniale"

Sociologa e scrittrice María Josefina Cerutti conosce bene l'ambiente familiare italiano di Buenos Aires in cui è vissuta e ne riporta un quadretto di ordinaria di piccole violenze/sudditanze esercitate anche dalle stesse donne della famiglia patriarcale in Argentina "Stai zitta, se no ti picchio. Ambiente, tuttavia, non troppo dissimile da quello imperante nell'Italietta di ieri e non solo.

Afferma Josefina Cerutti  "Stai zitta, se no ti picchio" è un racconto, ma anche una sorta di pensiero sulla violenza dentro la mia famiglia di emigrati italiani in Argentina. È un percorso lungo i momenti violenti che ho sentito raccontare, oppure i momenti di violenza che ho vissuto in prima persona durante l’infanzia. Una famiglia di origine mediterranea, patriarcale, ma anche matriarcale, dedicata all’industria del vino. Il pioniere, i figli, le mogli, il denaro. Tutto legato a una violenza che ci racconta uno stile di vita che esiste ancora. Violenze subite dalle donne. E anche violenza da parte di madri e di nonni." (26/10/2020-ITL/ITNET)

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