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ECONOMIA ITALIANA - EUROPA - MARENGO (ASPENIA): "LA SFIDA DI TRUMP AL COMMERCIO INTERNAZIONALE E....ALL'EUROPA...CHE DOVRA RAFFORZARE RELAZIONI CON PAESI ASEAN E CINA."

(2017-02-24)

  "L’opposizione esplicita alla liberalizzazione del commercio internazionale è stato uno dei punti più forti della campagna elettorale di Donald Trump. A più riprese il nuovo presidente degli Stati Uniti ha sottolineato come “per troppo tempo gli americani sono stati obbligati ad accettare accordi commerciali che mettevano gli interessi degli insider e delle élite di Washington al di sopra dei lavoratori americani”.

L’ostilità di questa “narrazione” si è estesa a quel complesso di accordi multilaterali e istituzioni, come il GATT-WTO, che hanno reso possibile la crescita di mercati aperti e interdipendenti fin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Di conseguenza, è cambiato il giudizio della Casa Bianca nei confronti dell’Unione Europea: ora Washington vede le istituzioni di Bruxelles come un esempio di istituzionalismo liberale superato, dunque un partner non funzionale agli interessi dell’America. Si tratta di un giudizio secco che, a prescindere da valutazioni di merito, è sicuramente incompleto perché non coglie la natura essenzialmente politica, e solo secondariamente commerciale, dell’Unione Europea.

Non è solo questo elemento a  preannunciare una netta soluzione di continuità nelle relazioni internazionali dell’Amministrazione Trump rispetto al passato – almeno in teoria, dato che è davvero difficile fare previsioni su come la nuova Presidenza imposterà i suoi rapporti con il resto del mondo. Negli ultimi decenni il “modello americano” è stato forte e attrattivo perché capace di esercitare la propria influenza attraverso istituzioni internazionali aperte (Banca Mondiale, FMI, WTO, ecc.) in cui tutti i paesi possono prendere parte alla definizione delle regole del gioco.

Naturalmente non tutti i partner hanno avuto lo stesso peso. Inoltre, le regole del gioco che queste istituzioni hanno prodotto sono “piegate” agli interessi del momento - come sempre nel diritto internazionale. Eppure, nonostante questa contraddizione  istituzioni e regole hanno creato di fatto un piano di gioco comune. Si tratta sicuramente di un piano “inclinato”, ma non di un percorso erratico.

All’interno di questo schema si è mossa l’Europa, creando una propria unione politica ed economica e costruendo un insieme di relazioni multilaterali, a partire proprio da quelle basate sul commercio. Una politica estera americana che sconfessa lo schema degli ultimi decenni pone di conseguenza i leader europei di fronte alla necessità di ripensare la relazione con gli Stati Uniti in tutti gli ambiti, incluse le politiche commerciali.

In meno di un mese dal suo insediamento Donald Trump ha ritirato unilateralmente l’adesione degli Stati Uniti dalla Trans-Pacific Partnership (TPP), un accordo lungamente negoziato dall’amministrazione Obama con undici paesi dell’area del Pacifico per definire regole commerciali comuni in un’area a crescente influenza cinese – escludendo appunto la Cina. Significativamente, la decisione è stata presa senza nessuna interlocuzione con gli altri paesi firmatari. Similmente, l’accordo in corso di negoziazione tra Unione Europea e Stati Uniti, il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), già in stallo negli ultimi mesi di presidenza Trump, è stato di fatto congelato senza interlocuzione con l’Europa.

Il messaggio che viene da Washington è chiaro: d’ora in poi gli Stati Uniti “faranno da soli” usando maggiormente influenze dirette e accordi bilaterali. Se sarà mantenuta nel tempo, questa nuova visione politica statunitense è destinata a cambiare profondamente l’ordinamento liberale internazionale formatosi negli ultimi decenni. Le conseguenze sulle scelte sul piano interno e internazionale dei paesi che ne fanno parte – a partire dagli alleati storici dall’Europa al Giappone – saranno imprevedibili.

Nell’immediato, comunque, l’amministrazione Trump sta già scoprendo che chiamarsi fuori da obblighi e accordi commerciali già in vigore da tempo ha un costo economico molto alto. A novembre il Presidente-eletto suggeriva una possibile uscita dall’accordo di libero scambio del Nord America (NAFTA). Tuttavia, già nell’incontro di febbraio con il Primo Ministro Canadese Justin Trudeau, Trump ha dovuto convenire che eventuali cambiamenti al NAFTA non potranno che essere limitati.

A restringere lo spazio di manovra del presidente americano sono constatazioni di fatto. La produzione di beni e servizi è oggi già di fatto transnazionale, cioè lo stesso prodotto viene esportato e importato più volte prima di arrivare al consumatore finale. Soprattutto in paesi economicamente sviluppati come Stati Uniti ed Europa, le imprese sono tanto dipendenti dall’import quanto dall’export. Una politica di dazi generalizzata o la cancellazione di standard comuni già esistenti paralizzerebbe le imprese, soprattutto quelle di piccola o media dimensione.

In ogni caso, il passo indietro degli Stati Uniti renderà necessario per l’Europa cementare il suo ruolo di player commerciale internazionale. Il primo passaggio importante sarà l’approvazione da parte dei parlamenti nazionali europei del CETA, l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada. Il CETA è un esempio di come l’Europa può proiettare nel mondo il proprio modello di economia sociale e aperta. Se il metro di successo di un accordo è la capacità di creare regole comuni per governare il commercio internazionale e la globalizzazione, l’accordo con il Canada è il caso di maggior successo dell’Unione Europea. L’accordo prevede esplicitamente norme per la salvaguardia dei servizi pubblici, della salute, dei prodotti di origine geografica controllata, e per impedire il dumping ambientale. Europa e Canada mantengono intatto il diritto di regolare i loro mercati e il mutuo riconoscimento degli standard è limitato quegli ambiti dove entrambe le parti considerano equivalenti i rispettivi livelli di protezione.

La seconda necessità sarà rafforzare le relazioni con i paesi dell’area del Pacifico, ovvero l’ASEAN e la Cina. I paesi ASEAN rappresentano collettivamente il terzo partner commerciale dell’Europa, dopo Stati Uniti e Giappone. Già dal 2009 l’Europa ha lanciato negoziati commerciali bilaterali con i principali paesi della regione, due dei quali (Singapore e Vietnam) sono ormai in corso di finalizzazione. Una conclusione positiva di queste trattative potrebbe aprire la porta ad un accordo complessivo tra l’Unione Europea e l’intero blocco ASEAN.

Infine, dalle ultime tornate elettorali negli Stati Uniti e in Europa emerge una distinta domanda di maggiore protezione e controllo sul futuro da parte dei cittadini. La politica commerciale europea deve dare una risposta a queste esigenze senza cadere nel protezionismo.

Per garantire maggiore protezione non servono atti di forza come la chiusura generalizzata delle frontiere. Serve invece un nuovo approccio alla politica commerciale europea che preveda all’interno degli accordi multilaterali misure di compensazione e riconversione per i lavoratori in settori non più competitivi, e standard comuni di protezione sia ambientale che dei lavoratori e dei consumatori."
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Umberto Marengo è consulente di gestione. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali presso l'Università di Cambridge dove ha approfondito politica economica,  mercato energetico e gestione  finanziaria. Ha lavorato per la Commissione europea a Washington D.C. e collabora con l'Istituto Affari Internazionali e Policy Network.(24/02/2017-ITL/ITNET)

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