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ECONOMIA ITALIANA - LE 5 ITALIE DELLE PROVINCE ITALIANE: RAPPORTO IREF SULLA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE DEL PAESE ATTRAVERSO 40 INDICATORI SOCIALI

(2017-04-06)

  L’indagine, realizzata dall'IREF, l'istituto di Ricerca delle ACLI sui servizi del CAF ACLI, presentata dal Caf Acli a Roma nel corso di un Convegno “Votare con il 730”  offre un quadro esaustivo sulla situazione economica e sociale delle province italiane: un livello territoriale che rappresenta l’arena naturale nella quale agiscono le Service del CAF ACLI, misurandosi con le sfide e i fabbisogni locali.

In particolare la Ricerca ha preso in considerazione  più di 40 indicatori sociali in un paniere di 148 indicatori inseriti in una matrice dati, estratti dalle principali banche dati sul territorio italiano.

Il report affronta il tema spinoso dell’aumento delle diseguaglianze nel decennio della crisi, cercando di capire se si è realmente modificata la distribuzione sociale e territoriale della ricchezza in Italia. L'analisi parte da cosa è accaduto tra il 2008 e il 2015, prendendo in considerazione il reddito pro-capite nell’ultimo anno di riferimento e attingendo alla banca dati del MEF che tiene conto dei dichiarativi fiscali dei contribuenti.

La tradizionale disparità tra Nord e Sud trova una sua conferma nella distribuzione di questo indicatore a livello provinciale: il colore verde, pur con due gradazioni diverse, si concentra invariabilmente da Siena in su, con l’unica eccezione di Roma che, in quanto capitale, è un caso a sé stante. Ciò vuol dire che i cittadini, in queste province, possono contare in media su un reddito annuo superiore o uguale a poco meno di ventimila euro (19.952 per la precisione). Sotto la capitale le entrate degli italiani calano drasticamente (reddito compreso tra 19.740 e 16.733 euro) ma anche più basso (tra 16.685 e 13.729 euro)  in Calabria e gran parte delle province campane e pugliesi. In Sicilia e in Sardegna la situazione non è migliore, anche se un numero maggiore di province si colloca nel penultimo quartile di reddito.
Fin qui nulla di inaspettato, si ripropone quel dualismo territoriale tra Settentrione e Meridione, che ha accompagnato la storia della nostra nazione, dall’Unità in poi.

Ma è necessario soffermarsi anche su un'altra geo-analisi, laddove viene rappresentata la variazione del divario tra le persone più benestanti (reddito superiore o uguale a 120mila euro) e i meno abbienti (reddito inferiore o uguale a 10.000 euro) sempre nel periodo 2008-2015. Il dato che salta agli occhi è in questo caso quello delle province (47) dove tale scarto si è incrementato più del 5%, situate in larga parte al Nord,  si affianca comunque un sintomatico allargamento della forbice tra ricchi e poveri, sebbene più contenuto (minore del 5%).

Nel Sud (e in qualche provincia del centro, come Terni, Teramo, Isernia e Campobasso) è più frequente imbattersi in  una diminuzione della distanza tra cittadini facoltosi e coloro che versano in condizioni di ristrettezza economica. Dai dati appena commentati si evince che le diseguaglianze tendono ad aumentare nelle aree più agiate e sviluppate del paese.


La ricerca IRES/ACLI propone, pertanto,  una suddivisione del nostro paese in cinque gruppi di province: ciascuno di questi cluster è abbastanza omogeneo al proprio interno, presentando tratti comuni rispetto ad un’ampia gamma di fattori economici e sociali.
Nel Settentrione emergono tre aree con un profilo ben delineato: i poli dinamici , ossia 9 province caratterizzate da una crescita asimmetrica; le comunità prospere (13), nelle quali si riscontra un migliore equilibrio sociale e, perciò, un benessere diffuso; i territori industriosi, un nutrito gruppo di province (40), disseminato a macchia di leopardo nelle regioni del Nord dove, tra luci ed ombre, si oppone una strenua resistenza al progressivo declassamento del paese.

Scendendo verso Sud il panorama muta decisamente: fatto salvo il caso estremo di Roma (allineata per molti aspetti ai poli dinamici) vi è una fascia di province centrali che, insieme alla Sardegna e ad alcune province meridionali, ricadono nel gruppo dei territori depressi (25 unità, in grigio): è l’Italia che subisce un lento declino sociale; infine il gruppo che si tinge di rosso è quello del Sud fragile: 23 province meridionali che, complice la recessione, versano in una condizione di profondo disagio.

Entrando nel contesto dei cinque raggruppamenti provinciali:

nel gruppo di province denominate Poli dinamici (Milano, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ravenna, Rimini e Roma) si registra in media un PIL pro capite annuo di 31.536 euro, a fronte di 22.282 euro a livello nazionale. In tali ambiti territoriali i cittadini possono dunque contare su circa 9.250 euro in più rispetto ai connazionali che vivono nel resto del paese.

Il tessuto dell’economia in questo cluster è particolarmente solido ed in continua espansione: dai dati sul valore aggiunto per settore di attività si evince che il terziario tradizionale (turismo, trasporti, ristorazione,ecc.) ha totalizzato un valore di circa 35 miliardi nel 2013 (3,5 volte in più rispetto alla media italiana); non da meno appare la performance del terziario avanzato (settore finanziario, assicurativo e immobiliare): circa 13 miliardi e settecento milioni di euro (3,8 volte più della media nazionale); al terzo posto viene l’industria, che ha fatto rilevare una cifra di 8 miliardi seicento milioni di euro (2,7 volte in più del dato complessivo italiano). L’economia locale è perciò assai vivace, dal momento che ottiene risultati brillanti in termini di valorizzazione della produzione.

Nei poli dinamici i servizi (non di rado avanzati) sono diventati il baricentro della struttura produttiva. I poli non sono dinamici solo dal punto di vista economico. Anche la loro demografia è tutt’altro che statica: le province di questo gruppo registrano un valore particolarmente alto e positivo nel saldo migratorio ogni mille abitanti, sia con le altre regioni d‘Italia (1,9 contro -0,4 nel totale delle province), sia con l’estero (1,6 contro -0,2).

Ciò non esclude che in queste province si possano diffondere sentimenti di ostracismo nei confronti degli immigrati, in parte perché la diffidenza verso questi ultimi prescinde dal fatto di sentirsi minacciati per il proprio status sociale ed economico; in parte perché il modello di sviluppo non è del tutto equilibrato.

Vi sono italiani che non beneficiano della ricchezza prodotta a livello locale; è proprio in questi strati sociali in difficoltà che può fare presa la xenofobia. Sotto questo profilo, è indicativo che proprio nei poli dinamici sia aumentata di più la diseguaglianza tra cittadini ricchi e poveri negli anni della crisi (2008-2015): 7,6% a fronte del 4,3% nella totalità delle province. Non è dunque infondato parlare di crescita asimmetrica

Il secondo gruppo è formato da 13 province centro-settentrionali (Valle d’Aosta, Belluno, Biella, Bolzano, Cuneo, Firenze, Forlì-Cesena, Padova, Siena, Trento, Treviso, Udine, Verona) il cui profilo complessivo è riconducibile a quello delle Comunità prospere. Questi territori sono certamente floridi per chi vi risiede: il PIL procapite si attesta sul valore notevole di 28.686 euro annui, più contenuto rispetto al livello di ricchezza prodotta nei Poli dinamici, ma comunque ben al di sopra della media nazionale (22.282 euro); il numero di sportelli bancari per diecimila abitanti è pari a 7,6, il più alto in Italia. Gli indicatori sul valore aggiunto per comparto (2013) danno l’idea di un’economia locale quanto mai produttiva: circa 4miliardi di euro nel settore industriale, circa 11 miliardi di euro nel ramo del terziario tradizionale e poco più di 4
miliardi di euro nel terziario avanzato.

È opportuno indugiare per un momento sul dato relativo all’incidenza delle esportazioni sul PIL (2015): nelle comunità prospere si arriva al 35%, quasi nove punti percentuali in più rispetto alla media nazionale. L’export è pertanto il fulcro, il motore dello sviluppo territoriale.
In questo raggruppamento ci sono diverse aree transfrontaliere che, per collocazione geografica, sono quasi naturalmente protese verso Europa del Nord e dell’Est: la Valle d’Aosta, Bolzano, Trento, Belluno, Udine. Ma anche altre province più interne, come Verona, Siena e Firenze hanno trovato sbocchi verso i mercati esteri, ospitando aziende, distretti e multinazionali che da tempo si sono internazionalizzati. A differenza di quanto accade nei Poli dinamici, nelle Comunità prospere la ricchezza appare maggiormente redistribuita sul territorio e tra gli strati sociali. Prova ne è che le distanze tra i cittadini meno abbienti e i più benestanti sono cresciute (ma non troppo) nel periodo della crisi (5,4%, tra il 2008 e il 2015), di sicuro in modo meno marcato rispetto al precedente gruppo (7,6%). Il benessere è perciò più diffuso
grazie a un modello di sviluppo più equilibrato.

Il terzo gruppo è il più numeroso essendo composto da 40 province, ubicate in prevalenza nelle regioni Settentrionali (29) e in misura minore nelle regioni del Centro (11). Una parte consistente di queste realtà territoriali sono disposte lungo quell’asse pedemontano che congiunge idealmente Piemonte, Lombardia e Veneto. Nel raggruppamento ricadono inoltre gran parte delle province liguri e di quelle del Friuli-Venezia Giulia, oltre a Ferrara. Nell’Italia centrale, invece, vi figura un’ampia porzione del territorio regionale toscano, la provincia di Perugia e tutte le Marche.

È lecito chiedersi quali siano i tratti comuni in un cluster così esteso e diversificato. Volendo avanzare una prima risposta, del tutto provvisoria, si può dire che questa è la parte del paese che resiste alla crisi, grazie ad una rete polivalente di realtà aziendali disseminate sul territorio.

In tali province l’industria recita ancora un ruolo di rilievo nell’economia locale: le aziende di questo comparto ammontano a 10,5 ogni diecimila abitanti, a fronte di 9 nella media nazionale. Queste realtà produttive danno inoltre lavoro a poco meno di un terzo degli occupati (30,4%), quasi sette punti percentuali in più rispetto al dato nazionale (23,7%). Diversamente da altre zone del paese, il settore industriale tende ad essere strategico in questi luoghi, sebbene non sia più preminente nella struttura produttiva. Anche i Territori industriosi (questa è l’espressione utilizzata per designare il terzo cluster) sono da tempo entrati in un ciclo di sviluppo tipicamente post-industriale, una fase nella quale gli occupati nei servizi superano di gran lunga gli addetti nell’industria.

  Nonostante ciò in queste aree del paese le attività manifatturiere fanno parte del Dna del territorio. Non è per un caso fortuito che i Territori industriosi annoverino al proprio interno 67 dei 141 distretti industriali censiti dall’Istat nel 2011. Questo modello di economia molecolare è stato posto sotto pressione dalla competizione globale, con largo anticipo rispetto agli eventi del 2008.
  Tuttavia il tessuto di imprese manifesta una buona capacità di penetrazione sui mercati esteri: nei Territori industriosi le esportazioni incidono per il 30,3% del PIL, +4% rispetto alla media nazionale. C’è da chiedersi se la nostra nazione potrà superare l’onda lunga della crisi con il traino quasi esclusivo dell’economia molecolare e dei distretti industriali, oltreché con i nuovi alfieri dell’hi-tech.
Si può immaginare un made in Italy guidato in prevalenza da multinazionali tascabili e dalla finanza creativa? Molto dipenderà dalla perseveranza che saprà mettere in campo quest’Italia di mezzo.

Non uno ma due Meridioni (e un po’ di Centro): il Sud fragile e le Province depresse Quando si osserva la Penisola da Roma in giù risulta arduo resistere alla tentazione di attingere dal vasto repertorio di cliché negativi sulla questione meridionale. Nel quarto gruppo, le Province depresse, convergono tutti i territori provinciali sardi e lucani, Lecce nella regione Puglia e Ragusa in Sicilia. A queste realtà meridionali si affiancano nel Centro la totalità delle province molisane e abruzzesi, un nutrito numero di province laziali (Latina, Rieti, Viterbo e Frosinone), oltre a due realtà isolate che si affacciano sull’alto Tirreno (Imperia e Massa Carrara) e a Terni in Umbria. Il filo rosso che unisce questi luoghi è quello di
essere investiti da un lento declino o da una stasi nei principali parametri economici e sociali. Pur essendo immersi in una condizione problematica, tali territori non sono troppo lontani dagli standard di vita esistenti in Italia.

Più ampia è invece la differenza che divide il quinto gruppo dalle altre aree del paese. Il Sud fragile identifica quella parte del mezzogiorno che versa in una situazione di disagio profondo: ossia tutte le province calabresi e campane, e la stragrande maggioranza di quelle siciliane e pugliesi. I dati esposti nella tabella offrono una panoramica abbastanza completa sulle differenze esistenti tra queste due Italie. Innanzi tutto sul piano economico: il Pil procapite nel Sud fragile è pari a 15.160 euro annui, circa settemila euro in meno rispetto alla media nazionale (22.282 euro); nelle Province depresse tale distanza si assottiglia a meno di quattromila euro (18.562 euro). I tassi di occupazione rivelano un andamento simile, anche se la disparità è ancora più penalizzante per il Sud fragile: 40% di occupati, con 16,5 punti percentuali di scarto negativo sul totale nazionale (56,5%), mentre nelle Province depresse il distacco è di 5 punti (51,5%).

Un discorso analogo si può fare per l’export, la densità delle imprese industriali e il sistema creditizio: nel 2015 la percentuale di esportazioni sul PIL nelle Province depresse si è avvicinata di molto al totale nazionale (23,4%, contro 26,3%), al contrario è risultata decisamente inferiore nel Sud fragile (17,5%); inoltre, se nel Sud fragile vi sono 6,5 aziende manifatturiere ogni diecimila abitanti, nelle Province depresse si sale a 8, un valore non molto distante dal 9 della media nazionale; infine, si contano 2,9 sportelli bancari sulla stessa quota di abitanti nel Sud fragile, a fronte di 4,3 nelle Province depresse, con uno scarto negativo di una sola unità rispetto alla totalità del nostro paese (5,3).

Il Sud fragile non ha ancora dato cenni di reazione alla crisi. E, così, il divario territoriale permane, lasciando poco spazio ad una prospettiva di crescita endogena, che sappia valorizzare i talenti e i beni comuni delle persone che vivono in queste province. Vi è un’evidenza empirica che più di altre esprime la debolezza dei territori inseriti in questo cluster: il -3% registrato nel saldo migratorio interno, al quale si associa il -2,4% del saldo migratorio con l’estero.

Si tratta di province da cui i cittadini (soprattutto se giovani) emigrano, per cercare una migliore sorte, sia in Italia che in altre nazioni. Negli anni della recessione globale questa fuga di cervelli (e non solo, visto che a partire non sono soltanto i lavoratori con alte qualifiche professionali) è avvenuta al ritmo di circa centomila unità l’anno. Infine, anche sul fronte dell’ambiente le cose non vanno meglio: in questi territori il punteggio relativo allo stato di salute dell’ecosistema urbano è pari a 44,4, sette punti in meno rispetto al totale nazionale (51,6).

L’indice sintetico di disagio sociale elaborato in questa ricerca è un termometro che misura in modo piuttosto attendibile questo stato di sofferenza cui sono costretti i cittadini: esso raggiunge un livello di per sé molto elevato nelle province di
questo cluster (285,7 - oltre 100 punti in più rispetto alla media nazionale), con picchi esageratamente alti a Caserta (400), Catania (350), Napoli (330), Palermo e Avellino (entrambe attestate sul valore di 324). Sono tutte città popolose (considerando anche le conurbazioni), caratterizzate da una accentuata densità abitativa e da una compagine sociale composita. (06/04/2017-ITL/ITNET)

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