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ECONOMIA E FINANZA - GOVERNATORE BANCA D'ITALIA VISCO : CRESCITA BEN INFERIORE A QUELLA DEL 2018 ...SENZA L'EUROPA ITALIA PIU' POVERA

(2019-05-31)

Le considerazioni finali del Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco alla presentazione della relazione annuale non lasciano spazio a dubbi sulla situazione che l'Italia vive a seguito di una crisi i cui effetti non si sono del tutto esauriti. In un'Europa in cui, d'altra parte, le stesse " proiezioni di crescita per l’area dell’euro sono state progressivamente riviste al ribasso" e  "non è trascurabile il rischio di un andamento meno favorevole".  Di seguito alcuni elementi dell'intervento del Governatore Visco.

"In Italia il prodotto è leggermente diminuito nella seconda metà del 2018. Considerando l’intero anno la crescita è stata dello 0,9 per cento, poco più della metà di quella del 2017. Hanno influito negativamente la decelerazione  dell’attività in Germania e l’aumento dell’incertezza, che ha risentito dell’acuirsi delle tensioni sui titoli pubblici. Ne è risultato un brusco ridimensionamento dei piani di investimento delle imprese. Anche la spesa delle famiglie ha rallentato, riflettendo il deterioramento delle prospettive economiche e lo stallo dell’occupazione registrato dall’estate."

..."Nel settore privato è ripreso l’aumento dei contratti a tempo indeterminato, sospinto dalle trasformazioni di quelli a termine. Su queste ultime hanno influito nella seconda metà dell’anno le limitazioni introdotte dal “decreto dignità”. Insieme con il peggioramento del quadro congiunturale, i nuovi vincoli contribuiscono tuttavia a ridurre la probabilità di rimanere occupati allo scadere di un contratto a termine.

Nel 2018 l’inflazione è stata pari all’1,2 per cento; la componente di fondo, al netto di prodotti energetici e alimentari, è rimasta al di sotto dell’1 per cento. La dinamica dei prezzi si è mantenuta inferiore a quella dell’area dell’euro; il costo del lavoro e i margini di profitto delle imprese hanno risentito dell’indebolimento dell’economia.
Anche se nel primo trimestre il prodotto ha segnato un lieve aumento, vi è un consenso diffuso intorno a previsioni di una crescita quest’anno ben inferiore a quella, già modesta, del 2018. Il ritorno a tassi di investimento più sostenuti e a una spesa per consumi più robusta richiede che si plachino le tensioni commerciali e che rimangano favorevoli le condizioni dei mercati finanziari globali; richiede, soprattutto, che risalga la fiducia di famiglie e imprese.

Nelle valutazioni ufficiali l’introduzione del reddito di cittadinanza e le nuove misure in materia pensionistica  porterebbero, senza considerare gli effetti restrittivi delle relative coperture, a un aumento del prodotto di circa 0,6 punti percentuali nel complesso del triennio 2019-2021. Nell’ipotesi di spesa integrale dei fondi stanziati, queste valutazioni sono condivisibili. Quelle relative agli effetti sull’occupazione, che sarebbe di mezzo punto percentuale più alta nel 2021, presentano invece ampi margini di incertezza.

L’economia italiana:  punti di forza  e debolezze che frenano la ripresa.

Nel decennio in corso le esportazioni di beni hanno tenuto il passo della domanda estera, interrompendo la precedente lunga fase di calo della quota di mercato mondiale. Il saldo delle partite correnti è tornato positivo dal 2013 e l’avanzo si attesta ormai da tre anni intorno al 2,5 per cento del PIL; la posizione netta sull’estero è pressoché in pareggio. La capacità di competere sui mercati internazionali ha beneficiato della ricomposizione delle esportazioni verso produzioni meno esposte alle pressioni dei paesi emergenti e realizzate da imprese più efficienti e più grandi.

Alla fine dello scorso anno l’indebitamento delle famiglie era pari al 41 per cento del PIL, contro il 61 dell’insieme degli altri paesi dell’area dell’euro; il valore del risparmio accumulato, per oltre il 60 per cento in immobili, superava 8 volte il reddito, a fronte di una stima di 7 per il resto dell’area.
Anche il debito delle imprese è contenuto: la sua incidenza sul PIL era del 69 per cento, contro il 112 degli altri paesi.

Nel complesso l’economia fatica però a riprendersi dalla doppia recessione. Il prodotto è ancora di oltre 4 punti percentuali inferiore ai valori del 2007, di 7 in termini pro capite. Il tasso di occupazione, pur risalito al livello del 59 per cento registrato in quell’anno, è inferiore di 9 punti alla media dell’area dell’euro.
È aumentato il ritardo di sviluppo del Mezzogiorno, dove la disoccupazione supera il 18 per cento delle forze di lavoro, contro il 7 nel Centro Nord; il divario è 4 punti più alto che nel 2007.

Non è solo un problema di bassa domanda aggregata. Anche nel decennio che ha preceduto la crisi l’Italia era cresciuta meno degli altri paesi dell’area dell’euro, di circa un punto percentuale in media all’anno . Nonostante gli interventi attuati, sulla capacità della nostra economia di crescere e di conseguire livelli elevati di occupazione continuano a pesare l’insoddisfacente qualità dei servizi pubblici, l’inadeguatezza delle infrastrutture, il basso grado di concorrenza, nonché le distorsioni connesse con i diffusi fenomeni di evasione fiscale e di corruzione e gli ostacoli posti dalle prevaricazioni della
criminalità organizzata. Ne risulta ancora un ambiente economico poco favorevole all’attività delle imprese, alla loro crescita, agli investimenti, al lavoro.

Limitarsi alla ricerca di un sollievo congiunturale mediante l’aumento del disavanzo pubblico può rivelarsi poco efficace, addirittura controproducente qualora determini un peggioramento delle condizioni finanziarie e della fiducia delle famiglie e delle imprese. Il rischio di una “espansione restrittiva” non è da sottovalutare; l’effetto espansivo di una manovra di bilancio può essere più che compensato da quello restrittivo legato all’aumento del costo dei finanziamenti per lo Stato e per l’economia."
Insomma, "L’elevato rapporto tra debito pubblico e PIL rimane un vincolo stringente; per allentarlo non si può ritardare nel definire una strategia rigorosa e credibile per la sua riduzione nel medio termine. Rispetto al resto dell’area  ell’euro, da noi il costo del debito è più elevato, la crescita economica più bassa.

La spesa per investimenti pubblici è pari a circa il 2 per cento del PIL un terzo in meno che all’inizio di questo decennio. L’obiettivo di recuperare in tre anni la metà del terreno perduto, con aumenti programmati di spesa dell’ordine del 10 per cento all’anno, presuppone un miglioramento notevole della capacità di passare dall’individuazione delle opere alla loro effettiva realizzazione. Ma non è sufficiente spendere di più; va accresciuta l’efficienza nell’impiego delle risorse, migliorando il processo di selezione, assegnazione ed esecuzione dei lavori: nel confronto internazionale il ritardo dell’Italia è maggiore in termini di opere realizzate che di spese effettuate.

Un avanzo primario inferiore a mezzo punto percentuale, come quello che si otterrebbe nel 2020 se le clausole di salvaguardia dell’IVA previste dalla legislazione vigente fossero disattivate senza compensazione, non sarebbe compatibile con la riduzione dell’incidenza del debito sul prodotto; avrebbe ripercussioni negative sul premio al rischio dei titoli pubblici e, per questa via, sull’attività economica. È coerente con queste preoccupazioni che nel DEF si subordini la disattivazione delle clausole relative all’IVA all’individuazione di misure compensative. Per tutte le opzioni percorribili vanno valutati in maniera accurata e trasparente i potenziali effetti sulla domanda, l’attività economica e la distribuzione dei redditi.

In prospettiva il Paese ha bisogno di un’ampia riforma fiscale. Dai primi anni Settanta del secolo scorso sono state introdotte nuove forme di tassazione ed è stato progressivamente definito un complesso insieme di agevolazioni e di esenzioni, nell’assenza di un disegno organico e con indirizzi non sempre coerenti. Rivedendo solo alcune agevolazioni o
modificando la struttura di una singola imposta si proseguirebbe in questo processo di stratificazione. Bisogna invece interromperlo, per disegnare una struttura stabile che dia certezze a chi produce e consuma, investe e risparmia, con un intervento volto a premiare il lavoro e favorire l’attività di impresa, tenendo conto delle interazioni tra tutti gli elementi del sistema fiscale: tra il livello della tassazione indiretta e quello degli aiuti per i redditi più bassi; tra le aliquote delle imposte dirette e le detrazioni e deduzioni che le accompagnano; tra il sostegno dei redditi e gli incentivi al lavoro; tra le varie eccezioni al regime generale di tassazione previsto per ciascuna base imponibile; tra tutte queste componenti e il contrasto all’evasione, da attuare sfruttando appieno le tecnologie disponibili.

L’Italia invecchia rapidamente e la popolazione tende a ridursi; sono caratteristiche comuni a molti paesi dell’Unione europea, più marcate da noi.
Nello scenario mediano delle previsioni pubblicate dall’Eurostat nei prossimi 25 anni la quota della popolazione con almeno 65 anni raggiungerà il 28 per cento nel complesso dell’Unione, il 33 in Italia; cresceranno di conseguenza
le pressioni finanziarie sui sistemi pensionistici e di assistenza. La popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirà di 6 milioni nel nostro paese, nonostante l’ipotesi di un afflusso netto dall’estero di 4 milioni di persone in
questa classe di età (fig. 6). La riduzione della capacità produttiva connessa con gli andamenti demografici va contrastata con aumenti decisi nella partecipazione al lavoro e nella produttività.

Pur salito negli ultimi venti anni dal 61 al 66 per cento, il tasso di partecipazione al lavoro è oggi ancora inferiore di 8 punti percentuali alla media europea. Come negli altri paesi, l’aumento ha riguardato soprattutto i lavoratori più anziani, in connessione con le modifiche apportate al sistema pensionistico. Anche la partecipazione femminile è aumentata, dal
47 al 56 per cento. L’incremento è tuttavia inferiore a quello registrato nel resto dell’Unione europea e il tasso di attività degli uomini è ancora superiore di 19 punti a quello delle donne, uno dei divari più elevati in Europa. Esso indica la presenza di una grande potenzialità di aumento della partecipazione al lavoro e mette in luce la necessità di individuare
e introdurre con decisione misure, servizi e incentivi volti ad accrescere l’occupazione femminile.

L’immigrazione può dare un contributo alla capacità produttiva del Paese, ma vanno affrontate le difficoltà che ncontriamo nell’attirare lavoratori a elevata qualificazione così come nell’integrazione e nella formazione di chi proviene da altri paesi. Dai primi anni Novanta in Italia il numero degli immigrati supera ogni anno quello degli emigrati; dopo un lieve calo durante la crisi dei debiti sovrani, il saldo ha continuato a salire, portandosi nel 2018 a quasi 190.000 persone, lo 0,3 per cento della popolazione. La quota di laureati tra gli stranieri, pari a quasi il 13 per cento, è meno della metà di quella media registrata nell’Unione. La produttività e la capacità imprenditoriale risentono inoltre negativamente del progressivo aumento delle quote di giovani e di laureati che ogni anno lasciano l’Italia, riflesso dei ritardi strutturali dell’economia: l’emigrazione dei giovani ha raggiunto lo  0,5 per cento nel 2017, quintuplicandosi nell’arco di dieci anni; quella dei laureati, pari allo 0,4 per cento, è raddoppiata.

L’Italia ha risposto con ritardo alla rivoluzione tecnologica ; ne ha risentito marcatamente la crescita economica. Ai settori che compongono l’economia digitale è oggi riconducibile il 5 per cento del totale del valore aggiunto, contro circa l’8 in Germania e una media del 6,6 nell’Unione  europea. Dall’avvio della crisi dei debiti sovrani il peso di questi settori da noi si è ridotto, in controtendenza rispetto alla media europea. Ma per la stessa sostenibilità dello sviluppo economico e sociale, e per non compromettere gli equilibri ambientali, non si può fare a meno di investire in tecnologie avanzate ed ecocompatibili.

Il divario rispetto al resto dell’Unione riguarda quasi tutte le finalità per cui le imprese possono adottare tecnologie innovative; il ritardo nell’automazione della produzione è marcato rispetto ai paesi con una specializzazione settoriale simile alla nostra, come la Germania. Lo sviluppo delle reti di telecomunicazione di nuova generazione resta limitato. Il ruolo di traino svolto dall’amministrazione pubblica nell’introduzione delle nuove tecnologie è contenuto: l’indice di sviluppo dei servizi pubblici digitali elaborato dalla Commissione europea pone l’Italia al 19º posto nell’Unione.
A rallentare la diffusione dell’economia digitale ha contribuito una struttura produttiva frammentata, in grande parte composta da aziende  piccole, con un alto grado di sovrapposizione tra proprietà e gestione, poco aperte a innesti esterni di capitale, tecnologia e professionalità. Nel 2017 meno di un quinto delle imprese con un numero di addetti compreso tra 20 e 49 aveva adottato almeno una tecnologia avanzata (come le applicazioni della robotica e dell’intelligenza artificiale); la quota sale a un terzo tra le imprese medie e supera la metà per quelle con 250 addetti o più. Il divario tra imprese piccole e grandi si amplia al crescere del grado di complessità delle tecnologie  considerate.

La frammentazione della struttura produttiva si riflette negativamente sulla capacità innovativa delle imprese: la spesa per ricerca e sviluppo del settore privato era pari nel 2017 allo 0,8 per cento del PIL, meno della metà di quella media dei paesi dell’OCSE. È bassa anche quella pubblica (0,5 contro 0,7 per cento).

L’incidenza sul PIL delle risorse dedicate al sistema universitario, poco meno dell’1 per cento, è di circa un terzo inferiore alla media dell’OCSE.
Negli anni più recenti sono stati introdotti incentivi a sostegno degli investimenti, della ricerca e sviluppo e della nascita di imprese innovative. Le misure si sono dimostrate complessivamente efficaci. Alcuni di questi incentivi sono stati confermati con l’ultima legge di bilancio o con il “decreto crescita” lo scorso aprile, con rimodulazioni soprattutto a favore delle imprese piccole e medie. L’efficacia della politica industriale richiede un quadro normativo stabile e in grado di facilitare il cambiamento in tutta l’economia. Il limitato investimento nell’innovazione si accompagna a un livello di
conoscenze e competenze di studenti e adulti italiani anch’esso basso nel confronto internazionale; si tratta di ritardi che si influenzano reciprocamente, in un circolo vizioso che va invertito. Investimenti in formazione che abbraccino l’intera vita lavorativa sono necessari anche per evitare il rischio che con la diffusione delle nuove tecnologie, e con la conseguente minore domanda di lavoro per le attività che più risentono dell’affermarsi dell’automazione e della digitalizzazione, aumentino le disuguaglianze di reddito e di opportunità e si riduca l’occupazione.

Le difficoltà italiane sono amplificate nel Mezzogiorno, che ha risentito della doppia recessione più del resto del Paese. Nelle regioni meridionali deve innanzitutto migliorare l’ambiente in cui le imprese svolgono la propria attività, in primo luogo con riferimento alla tutela della legalità. È più ampio il ritardo tecnologico da colmare: la quota del valore aggiunto riferibile all’economia digitale, prossima al 2,5 per cento, è inferiore di oltre tre punti a quella del Centro Nord. Va ridotto il deficit di competenze, accresciuta l’efficacia delle politiche pubbliche, migliorata la qualità delle amministrazioni
e delle infrastrutture: il 70 per cento delle “opere incompiute” è localizzato in queste regioni, alle quali fa capo solo il 30 per cento dei lavori pubblici.

Nel Mezzogiorno vive circa un terzo della popolazione italiana e si produce quasi un quarto del PIL. Le regioni meridionali stanno subendo un ulteriore impoverimento per l’emigrazione delle loro risorse più giovani e preparate, in massima parte verso il Centro Nord del Paese. Negli ultimi dieci anni il saldo migratorio complessivo è stato leggermente positivo, ma si è osservato un sensibile deflusso netto di giovani laureati. È una tendenza che comporta costi sociali immediati e che condiziona negativamente le prospettive di sviluppo.....

Sono stati numerosi, nel tempo, i tentativi di affrontare le difficoltà dell’economia meridionale... vanno definite e poste in atto linee di azione di lungo respiro, con il pieno utilizzo delle possibilità offerte dai finanziamenti europei e nazionali. È necessario intervenire sui fattori alla base del ritardo del Mezzogiorno, non ci si può solo affidare ai tentativi di
compensarlo con trasferimenti monetari. Gli effetti sull’economia meridionale degli investimenti pubblici nella scuola e nelle infrastrutture possono essere rilevantissimi

L’Italia e l’Europa
L’economia italiana è profondamente integrata in quella europea .Il 60 per cento delle nostre importazioni proviene dagli altri paesi dell’Unione europea. Il 56 per cento delle esportazioni è a essi destinato; negli ultimi venti anni, anche per effetto dell’allargamento dell’Unione, la loro incidenza sul PIL è aumentata di quasi 5 punti percentuali, al 18 per cento. I due terzi degli investimenti esteri diretti e di portafoglio in Italia provengono dai paesi dell’Unione, che a loro volta ricevono il 60 per cento di quelli italiani.

L’Italia è stata a lungo tra i principali beneficiari dei trasferimenti europei; in media negli anni Ottanta ha ricevuto finanziamenti netti annui pari allo 0,4 per cento del prodotto. Anche per l’ingresso di nuovi Stati membri, la posizione del Paese è gradualmente cambiata; dall’inizio degli anni Duemila l’Italia è contributore netto al bilancio dell’Unione; dal 2014 i trasferimenti netti in uscita sono ammontati a poco meno dello 0,2 per cento del PIL all’anno; contribuiscono di più la Francia e la Germania (rispettivamente con lo 0,3 e lo 0,4 per cento). In termini lordi le risorse stanziate per il sostegno delle aree svantaggiate del nostro paese per il periodo 2014-2020 sono pari a 34 miliardi, lo 0,3 per cento del PIL in media all’anno. Utilizzarle in maniera efficiente deve essere una priorità, superando con decisione i problemi
incontrati in passato.

Le istituzioni europee promuovono la ricerca e l’innovazione con programmi che indirizzano le risorse verso obiettivi condivisi, facilitano la cooperazione tra le istituzioni di paesi diversi, accrescono le opportunità di collaborazione tra il settore pubblico e quello privato. Università, enti di ricerca e imprese avanzate forniscono un contributo importante ai programmi innovativi dell’Unione e traggono benefici concreti dalle occasioni di scambio e di interazione.
Se il sistema italiano della ricerca fosse più ampio e meglio organizzato potremmo ottenere maggiori risorse dai programmi europei.

La debolezza della crescita dell’Italia negli ultimi vent’anni non è dipesa né dall’Unione europea né dall’euro; quasi tutti gli altri Stati membri hanno fatto meglio di noi. Quelli che oggi sono talvolta percepiti come costi dell’appartenenza ll’area dell’euro sono, in realtà, il frutto del ritardo con cui il Paese ha reagito al cambiamento tecnologico e all’apertura dei mercati a livello globale. La specializzazione produttiva in settori maturi ha esposto l’economia alla concorrenza di prezzo di quelle emergenti. Le esitazioni nel  processo di riduzione degli squilibri nei conti pubblici hanno compresso i
margini per le politiche volte alla stabilizzazione macroeconomica e a innalzare durevolmente la crescita. Sta a noi maturare la consapevolezza dei problemi e affrontarli, anche con l’aiuto degli strumenti europei. Altri hanno saputo
farlo in modo efficace.

....L’Italia ancora fatica a riprendersi dalla doppia recessione perché paga il prezzo di un contesto che – per qualità dei servizi pubblici e rispetto delle regole – è poco favorevole all’attività imprenditoriale. Risente di un ritardo tecnologico grave, frutto di una struttura produttiva frammentata e sbilanciata verso aziende che trovano difficoltà a crescere e a innovare. Subisce il peso delle distorsioni prodotte dall’evasione fiscale e quello del debito pubblico, che rende più costosi i finanziamenti per le famiglie, per le imprese e per le banche, oltre che per lo stesso Stato. Condizioni di costante incertezza comprimono gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Ne soffre il lavoro, cresce il disagio sociale.
Se alziamo lo sguardo oltre l’orizzonte della congiuntura non possiamo ignorare il rischio, implicito nelle tendenze demografiche, di un netto indebolimento della capacità produttiva del Paese e la prospettiva di una forte pressione sulle finanze pubbliche. Da qui al 2030, senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone in questa classe di età ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attirare forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche....

Va favorito in tutti i modi l’aumento dei tassi di partecipazione al mercato del lavoro, prolungando l’attività in linea con l’aumento dell’aspettativa di vita ed eliminando gli ostacoli al lavoro femminile; va recuperato pienamente allo sviluppo del Paese il Mezzogiorno, dove risiede un terzo della popolazione.
Alla politica economica spetta il compito di definire la cornice normativa, fornendo incentivi adeguati e rimuovendo i freni all’attività produttiva; ma sta alle imprese cogliere le occasioni che offrono il mercato e la tecnologia, essere pronte a crescere, anche aprendosi a contributi esterni di capacità e di capitale; a chi studia e lavora contribuire al cambiamento ricercando nuove e maggiori competenze. Gli intermediari finanziari dovranno essere in grado, nel loro stesso interesse, di appoggiare con prudenza, ma anche con sagacia, questo processo. Serve uno sforzo corale, la partecipazione di tutti, lungo una  direzione di marcia che la politica deve indicare con chiarezza.

L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile: è il modo che abbiamo per rispondere alle sfide globali poste dall’integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori. La crescita istituzionale dell’Europa ha accompagnato quella economica di tutti i paesi del continente: ha aperto un  mercato più ampio alle imprese e ai consumatori, reso disponibili maggiori fondi a sostegno delle aree svantaggiate, facilitato la cooperazione in campi strategici, garantito un quadro di stabilità monetaria. Saremmo stati più
poveri senza l’Europa; lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario. Al completamento dell’Unione dobbiamo partecipare con responsabilità, in modo costruttivo e senza pregiudizi, per contribuire a rafforzarne le istituzioni, per il benessere di tutti. Devono essere chiare le responsabilità da condividere, gli obiettivi da perseguire. ...La lungimiranza
dimostrata da chi ha eretto le fondamenta del progetto europeo deve tornare a guidare le azioni di oggi...(31/05/2019-ITL/ITNET)

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