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DONNE - VERTICI SANITA' - GENDER PAY GAP PESA ANCHE IN SANITA' / ( -16 - 20%) - A BOLOGNA CONVENTION "DONNE PROTAGONISTE IN SANITA' METTE AL CENTRO AZIONI PER COLMARLO

(2022-06-24)

In Europa solo il 67% delle donne lavora, contro il 78% degli uomini. Se poi si sposta lo sguardo sulle posizioni apicali nel mondo del lavoro, si nota che solo il 7,5% dei presidenti dei consigli di amministrazione e il 7,7% degli amministratori delegati è al femminile. Non solo, ma la retribuzione economica delle donne è del 16% più bassa rispetto a quella dei colleghi maschi. Divari, questi ultimi, che si riscontrano anche nel settore della sanità italiana, dove le donne sono presenti ma non adeguatamente rappresentate e retribuite. Un esempio? il gap salariale tra maschi e femmine, in questo mondo, va dal 16 al 20%. A fornire le cifre è Monica Calamai, coordinatrice della community Donne protagoniste in sanità, durante l’omonima convention che si svolge in questi giorni a Bologna.

“Se nei comparti infermieristico, tecnico e dell’assistenza le donne superano il 50%, c’è però un paradosso: sono gli uomini ad avere posizioni di potere, persino negli ordini professionali a prevalenza femminile”, spiega Calamai. E anche le posizioni di direttore di struttura complessa vedono una massiccia prevalenza maschile. Per questo, sottolinea, “la questione di genere deve essere inserita tra gli indicatori che valgono per la valutazione delle performance, come accade ad esempio per il Lea, i livelli essenziali di assistenza”.

Rappresentanza femminile ai vertici e superamento del gender pay gap sono dunque un obiettivo fondamentale della community, assieme ad azioni pratiche per aiutare le donne che lavorano in sanità a gestire la vita familiare: dal figlio al genitore anziano, dato che il lavoro di cura ricade ancora prevalentemente sulle donne. Nonostante la loro presenza nel mondo del lavoro sia migliorata rispetto al passato, analizza ancora Calamai, in Italia gli esempi positivi su azioni per sanare il gender gap in sanità sono ancora a macchia di leopardo. Eppure le donne sono spesso superiori di numero rispetto agli uomini anche nelle università e si laureano prima.

Per tutte queste ragioni, per “colmare i limiti che restano consistenti sulla dimensione economica e di carriera, dunque presenza delle donne in questi settori ed enormi divari stipendiali”, un anno e mezzo fa è nata la community, racconta Calamai, che ha visto subito “un’adesione importante” passando subito da 200 a 1.300 persone a livello nazionale. Le progettualità, portate avanti in maniera innovativa, hanno al centro “il pensiero al femminile che si deve manifestare in tutta la sua dimensione e, soprattutto, deve contribuire in modo importante al progresso del paese, perché se in un paese si ragiona a metà e non si prende in considerazione l’altra metà della popolazione non si può progredire”, chiarisce la coordinatrice.

Alla seconda convention, in corso all’Hotel Savoia Regency, dunque, la community ha invitato non solo le donne che lavorano in sanità, ma anche diversi esponenti della politica locale e nazionale per promuovere il confronto. Tra questi, la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti, che in un video messaggio ha confermato come tra i temi prioritari e strategici sui quali il Paese sta investendo c’è quello del ruolo delle donne, anche in sanità. “Abbiamo visto quanto le donne siano una risorsa straordinaria in questo settore. Durante la pandemia sono state protagoniste resilienti e oggi sempre di più siamo chiamati a riconoscere la necessità anche in questo settore di un protagonismo, una leadership delle donne, superando quegli ostacoli che purtroppo e per troppo tempo hanno impedito alle donne di esprimere pienamente il potenziale in tutti i contesti della nostra società”.

In questa direzione, ha aggiunto la ministra, “la prima strategia nazionale per la parità di genere inserisce azioni specifiche non solo nella tutela della salute femminile, per esempio con la medicina di genere, ma anche riconoscendo che le donne devono sempre di più interpretare il ruolo di agenti di cambiamento in questo settore”.

Nel suo intervento, il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, ha confermato la costituzione di un tavolo per la valorizzazione delle donne anche nel settore della sanità. Il sesso, ha affermato, “non deve più essere una discriminante”. A parità di mansioni, dunque, donne e uomini “devono avere lo stesso stipendio, e in seguito la stessa pensione”, così come devono avere “la stessa possibilità di accesso alle carriere, che sia quella di docente universitario o di direttore generale”. Per questo, ha concluso, “mi auguro che quello che stiamo facendo porti in pochi anni a una sensibilità diversa e a diverse regole di ingaggio”, nel mondo del lavoro.

Abbattere la barriera culturale che frena le donne nel farsi avanti per ricoprire ruoli di dirigenza e di rappresentanza nelle professioni infermieristiche e, nel contempo, realizzare quei progetti di conciliazione vita-lavoro, che spesso restano solo dei buoni propositi. Sono le ricette che la presidente nazionale Fnopi, Barbara Mangiacavalli, porta alla convention “Donne protagoniste in sanità”, che si chiude oggi a Bologna.

In Italia, fa il punto Mangiacavalli a margine dell’evento, sono 460.000 gli infermieri e infermieri pediatrici iscritti agli ordini, e la componente femminile è il 76,5%, con una prevalenza al Nord (dove sono oltre l'83%) e una percentuale più bassa al Sud (il 66,5%). Tuttavia, nei posti di leadership, in particolare nella presidenza degli Ordini provinciali - 102 in Italia - c’è una predominanza maschile tra i presidenti: le donne presidente a livello territoriale sono mediamente una o due. E in alcune regioni non ce n’è nemmeno una. “Io sono una donna, e da sempre, almeno finora, la presidenza nazionale è stata in capo a una donna - premette - però oggettivamente negli Ordini provinciali c’è una scalata maschile e sono molto poche le colleghe che si impegnano nella rappresentanza professionale”. Quanto alla presenza femminile nei posti di dirigente infermieristico, nel paese queste figure sono circa 450, ma se tra loro c’è una prevalenza di donne al Nord, spostandosi al Sud, per la maggior parte sono uomini. I motivi, sintetizza la presidente Fnopi, “sono tanti e sono quelli che forse vanno combattuti culturalmente come l’errata convinzione che una donna non possa gestire una famiglia e fare carriera, o che se lavora debba essere lei a sacrificarsi chiedendo il part-time o la riduzione oraria”.

Se poi si tiene conto che la nuova legge sugli ordini ha previsto anche in equilibrio di genere, “il problema è alla radice: se non ci sono colleghe negli ordini, poi è difficile ottenere quell’equilibrio. Il problema, insomma, è che non si propongono”. Altro motivo è quello della conciliazione vita-lavoro: “Spesso i progetti che potrebbero aiutare non vengono messi in pratica, soprattutto nelle amministrazioni pubbliche – ragiona la presidente - Il lavoro infermieristico è un lavoro su turni, h24, sette giorni su sette ed è un lavoro che poco si concilia con una gestione familiare senza un vero aiuto”. Per questo accade che molte colleghe chiedano la riduzione di orario. “Se prima dovevano occuparsi dei figli piccoli adesso, con l’invecchiamento della popolazione, devono occuparsi dei genitori anziani. Facendo poi un lavoro di cura, se c’è un bisogno in famiglia finisce che intervenga la familiare infermiera”.

Il tema della presenza delle donne nei vertici della sanità è affrontato anche dalla parlamentare M5S Elisa Pirro, componente della commissione Igiene e Sanità del Senato. “In Italia, nel mondo della sanità abbiamo più del 70% di personale di sesso femminile, ma nonostante questa predominanza, ai piani alti si inverte completamente la proporzione, visto che assistiamo sempre a una maggioranza di dirigenti maschi”. La senatrice è convinta che questa tendenza vada invertita, anche perché “conosciamo benissimo l’elevata professionalità delle donne, soprattutto in questo campo come all’interno delle facoltà di Medicina, dove le iscritte sono ormai da qualche anno prevalentemente di sesso femminile”. Quindi l’auspicio è “far emergere le nostre capacità e soprattutto rompere quel soffitto di cristallo che c’è anche in questo settore. Il nostro ruolo da politici è dare una mano con le norme, per velocizzare al massimo un processo che porti le donne ai vertici in ogni settore. Un processo che, secondo alcuni esperti, avrebbe bisogno di cento anni per essere realizzato, vista la struttura gerarchica del nostro paese”. (24/06/2022-ITL/ITNET)

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