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CULTURA ITALIANA NEL MONDO -WEEKEND ITALIA - CON "BROKEN. IL POTERE DEL FRAMMENTO" PALAZZO STROZZI A FIRENZE OSPITA 80 OPERE E REPERTI CAPACI DI CUSTODIRE AUTONOMAMENTE TRACCE DI MEMORIA IN LUOGHI ED EPOCHE DIVERSE

(2026-10-23)

  Firenze ospita, a Palazzo Strozzi fino al 24 gennaio 2027, una grande mostra dedicata al tema del frammento nella storia della scultura dall’archeologia all’arte di oggi "Broken. Il potere del frammento". Organizzata con la National Gallery of Art di Washington, l’esposizione riunisce straordinarie e affascinanti opere dall’antico Egitto a Michelangelo, dalla Grecia classica a Rodin, fino ad artisti contemporanei come Louise Bourgeois, Francesco Vezzoli e Danh Vo.
Con oltre ottanta opere e reperti provenienti dai più importanti musei del mondo, tra cui il Metropolitan Museum di New York, il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra e il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, la mostra indaga il frammento da un nuovo punto di vista: non come semplice resto di un’unità perduta, ma come oggetto autonomo, capace di custodire tracce di memoria e trasformazione.

La mostra è un invito a compiere un viaggio tra luoghi ed epoche diverse, dalle antiche civiltà del mondo egizio, etrusco e greco-romano alle culture premoderne degli attuali Messico, Mali, Perù e Cambogia. Opere dei principali maestri della storia dell’arte, tra cui Giovanni Pisano, Michelangelo, Auguste Rodin, sono affiancate alle sculture di artisti contemporanei come Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Francesco Vezzoli e Danh Vo, che hanno assunto il frammento come punto di partenza per nuove possibilità espressive. In occasione della mostra, inoltre, Palazzo Strozzi presenta una nuova installazione dell’artista olandese-belga Mark Manders, concepita per il Cortile rinascimentale.

La mostra è organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze, e dalla National Gallery of Art, Washington. La mostra è curata da C. D. Dickerson, senior curator of European and American art e responsabile del Dipartimento di scultura e arti decorative, e da Andrew Sears, assistant curator of northern European paintings, entrambi della National Gallery of Art, in collaborazione con Arturo Galansino, Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi

La mostra indaga le ragioni e le circostanze che hanno determinato la distruzione o il danneggiamento di sculture, dalle iconoclastie antiche e moderne alle devastazioni belliche, dal vandalismo alle calamità naturali. Il percorso conduce attraverso momenti cruciali della storia, tra i quali le guerre e le riforme religiose, la Rivoluzione francese, i conflitti mondiali e l’alluvione di Firenze del 1966, permettendo un’ampia riflessione sul valore politico che queste opere hanno acquisito con la loro rottura. Se i frammenti sono fondamentali per la nostra comprensione del passato, essi sono molto più che semplici resti di un’unità perduta. Esistono come oggetti autonomi, degni di essere osservati e interpretati come opere d’arte a sé stanti, capaci di oltrepassare il loro contesto originario per raccontare storie di trasformazione, distruzione e rinascita. Nel tempo il loro significato si è evoluto: da simboli di eventi traumatici sono divenuti stimoli per l’immaginazione, generando un dialogo continuo e dinamico tra passato e presente.

La mostra si sviluppa in sezioni tematiche che indagano il frammento come fenomeno storico, culturale e simbolico, esplorando le molteplici vite di opere che ci permettono di interrogarci sul rapporto tra distruzione e memoria, perdita e immaginazione, assenza e sopravvivenza. Il frammento emerge così come una forma autonoma di conoscenza: una presenza che custodisce le tracce del tempo e, nelle sue lacune, continua a evocare il passato e a interrogare il presente.

Apre la mostra un’ampia sezione dedicata alla forza evocativa del frammento, con un avvio di grande impatto: i resti del Monumento funebre a Margherita di Brabante (1312-1314), che restituiscono la potenza e l’innovazione della composizione concepita dal grande maestro della scultura italiana Giovanni Pisano. Segue una serie di volti frammentari provenienti da complessi scultorei di varie epoche e aree geografiche, tra cui il celebre frammento con naso e labbra di Akhenaton (circa 1350 a.C.) dal Metropolitan Museum di New York, una protome etrusca del VI secolo a.C. dal Museo di Villa Giulia di Roma, una testa della dea Afrodite del II secolo a.C. dal Museo dell’Acropoli di Atene, un raro frammento di scultura buddista in bronzo del Vietnam dell’VIII secolo dal Museo Guimet di Parigi.

La sala successiva prende in esame il modo in cui i corpi frammentati sono stati esposti, raccolti o occultati: da uno dei “Giganti di Mont’e Prama” (900- 700 a.C.) espressione della civiltà nuragica, al Torso di Livorno del I secolo a.C. dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, fino alla cosiddetta Donna scarificata del 200 d.C. circa, celebre reperto dalla zona archeologica di Tamtoc in Messico.

L’esposizione prosegue con i temi dell’iconoclastia e della damnatio memoriae, pratiche di distruzione o alterazione di immagini o oggetti per fini politici e religiosi. Fulcro della sala sono i resti di uno dei più antichi monumenti equestri in bronzo conosciuti dall’Agorà di Atene (320-270 a.C. circa), abbattuto nel 200 a.C. in uno dei primi casi di distruzione a fini politici. A questo si affiancano testimonianze emblematiche dei vandalismi (termine nato proprio nel 1794 in questo contesto) della Rivoluzione francese come il piede della grande scultura equestre di Luigi XIV e la mano destra del monumento a Luigi XV in prestito dal Museo del Louvre.
Altro esempio di iconoclastia è il frammento della statua, un tempo monumentale, della dea azteca Coatlicue che si ritiene sia stata distrutta dagli spagnoli nel XVI secolo, e oggi conservata al Museo Nacional de Antropología di Città del Messico. Chiude la sala un busto di Mussolini di Adolfo Wildt (1923) che si presenta perforato da colpi inferti dai partigiani dopo la Liberazione.

La sezione successiva è incentrata sugli esiti delle guerre e del colonialismo che hanno danneggiato o alterato opere dall’antichità al Novecento. Tra le protagoniste due opere di musei berlinesi gravemente danneggiate durante la Seconda guerra mondiale: una figura femminile neoittita (X-IX secolo a.C.), rinvenuta a Tell Halaf in Siria, e la cosiddetta Pietà di Praga (1380 circa), scultura gotica di cui restano solo le teste di Cristo e della Vergine. A queste si affiancano  due suggestive teste in gesso di Antonio Canova dalla Gypsotheca di Possagno, colpite dai bombardamenti durante la Prima guerra mondiale, che testimoniano in modo drammatico le ferite inflitte dai conflitti al patrimonio artistico. Una Testa di Budda, prelevata dagli inglesi nel 1814 dal tempio di Borobudur sull’isola di Giava, testimonia la tendenza delle potenze coloniali occidentali a frammentare e appropriarsi del patrimonio artistico e culturale in tutto il mondo.

Altra sezione della mostra è dedicata alle forze naturali. Alcune opere si sono consumate lentamente nel tempo, come la statua del Ragazzo accovacciato (inizi del I secolo a.C., dal Museo Archeologico Nazionale di Atene), recuperata durante il famoso ritrovamento del relitto di Anticitera nel 1900: la parte protetta dalla sabbia si è mantenuta, mentre quella esposta all’acqua marina è stata corrosa nel corso di due millenni. Altre sono invece segnate da calamità come l’alluvione di Firenze del 1966, che ha lasciato un segno profondo nella città e sul suo patrimonio artistico. In questo contesto si presenta un Cristo portacroce di uno scultore toscano tre-quattrocen-tesco proveniente dal Museo di San Marco: pur restaurato, conserva ancora le tracce di quell’evento.

Il percorso affronta poi il concetto delle ricomposizioni e il rapporto tra frammento e ricostruzione. La Fanciulla africana del Museo Archeologico Nazionale di Firenze è il raffinato risultato di un intervento rinascimentale che ha integrato una testa ellenistica in bronzo su un corpo realizzato nel Cinquecento. L’opera testimonia il gusto per la reinvenzione dell’antico: il frammento non è solo una traccia del passato, ma la base per una nuova creazione che non risponde a un criterio di restauro, bensì a una logica estetica e concettuale capace di trasformarlo in un’opera autonoma, dotata di una nuova identità.
Un approccio che si ritrova anche nelle pratiche dell’assemblaggio di artisti contemporanei come Francesco Vezzoli che in The Swan (2023) unisce una testa ritratto romana del II secolo d.C. a un busto tardorinascimentale. A partire dal suggestivo confronto con opere entrate nell’immaginario collettivo, come la celebre Mano destra di una statua colossale, tradizionalmente associata a Costantino del I-IV secolo d.C, proveniente dai Musei Capitolini, l’attenzione si sposta sugli artisti moderni che, a cominciare da Michelangelo, adottano il frammento come linguaggio autonomo e non più come semplice esito di una perdita.
Con Auguste Rodin e Medardo Rosso questa ricerca assume un ruolo centrale: la “figura parziale” non è mutilazione ma intensificazione espressiva, in cui il corpo viene ridotto agli elementi essenziali per sprigionare movimento e vitalità. Una logica che artisti come Alberto Giacometti e Alina Szapocznikow svilupperanno ulteriormente, trasformando il corpo frammentato in un campo di sperimentazione formale, simbolica e politica soprattutto in relazione alle crisi del XX secolo, fino ad arrivare ad artisti del dopoguerra e di oggi, che fanno del frammento un paradigma simbolico della propria ricerca come Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Paul Pfeiffer, Villar Rojas e Danh Vo. (23/10/2026-ITL/ITNET)

CULTURA ITALIANA NEL MONDO -WEEKEND ITALIA - CON "BROKEN. IL POTERE DEL FRAMMENTO" PALAZZO STROZZI A FIRENZE OSPITA 80 OPERE E REPERTI CHE HANNO LA CAPACITA' DI CUSTODIRE AUTONOMAMENTE TRACCE DI MEMORIA IN LUOGHI ED EPOCHE DIVERSE

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