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AMBIENTE -LO CSER RICORDA: OGGI E' LA "GIORNATA INTERNAZ. RIDUZIONE SFRUTTAMENTO AMBIENTE IN SITUAZIONi DI GUERRA E CONFLITTO ARMATO" CON EFFETTI DISASTROSI ED A LUNGO TERMINE CHE ALIMENTANO L'EMIGRAZIONE

(2026-11-06)

Lo CSER ci ricorda che oggi è la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato

"Quando analizziamo le tragiche conseguenze di un conflitto armato, la mente va immediatamente alle perdite umane, alle infrastrutture distrutte e alle emergenze umanitarie" fa presente Madaì Bonilla, ricercatrice dello CSER di Roma" ma "Esiste tuttavia una vittima silenziosa che raramente fa notizia, i cui danni si ripercuotono per generazioni: l’ambiente. Ed è proprio per accendere i riflettori su questo dramma, che il 6 novembre si celebra la Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato. Ricorrenza stata istituita formalmente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione A/RES/56/4 del 5 novembre 2001, un documento ufficiale in cui l’ONU dichiara esplicitamente che “la distruzione dell’ambiente, il deterioramento delle risorse naturali e il collasso degli ecosistemi compromettono la pace a lungo termine e i processi di riconciliazione nazionale."

Infatti "I conflitti armati non si limitano a colpire obiettivi militari, ma annientano la capacità stessa della terra di sostenere la vita umana. Quando i terreni agricoli vengono avvelenati da residui chimici pesanti, ordigni inesplosi o mine antiuomo, le fonti d’acqua contaminate e le foreste rase al suolo, le popolazioni locali perdono istantan-taneamente i propri mezzi di sussistenza.

A confermare la gravità di questo scenario sono i report ufficiali dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), i cui dati dimostrano come una percentuale altissima delle persone costrette a fuggire nel mondo provenga da Paesi che affrontano la duplice minaccia di conflitti armati ed estrema vulnerabilità climatica.
In contesti fragili come la Somalia, il Sudan, la Siria o l’Afghanistan, le milizie armate distruggono o controllano deliberatamente le poche risorse idriche e infrastrutture agricole rimaste. Di conseguenza, le persone non fuggono solo dalle bombe, ma da un territorio che la guerra ha reso biologicamente sterile o letale. Il collasso degli ecosistemi trasforma così i sopravvissuti in veri e propri profughi ambientali causati dal conflitto."

Il riflesso sui confini italiani e il vuoto normativo

L’Italia, per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, rappresenta la frontiera naturale e il principale approdo per molti di questi flussi migratori. Chi riesce a sopravvivere alle rotte che attraversano il deserto e il mare per raggiungere le coste italiane, si scontra però con una complessa barriera giuridica. La convenzione di Ginevra del 1951-il testo cardine internazionale per il diritto d’asilo- è stata scritta in un’altra epoca e non include le alterazioni climatiche o i disastri ecologici tra i motivi per ottenere lo status di rifugiato. Chi scappa da una terra resa inabitabile dall’ecocidio bellico fatica a vedere riconosciuto il proprio diritto alla protezione internazionale, poiché non rientra nelle classiche categorie di persecuzione politica, religiosa o razziale.

Come evidenziato prima, a livello giuridico internazionale non esiste ancora lo status formale di “rifugiato climatico” all’interno della Convenzione di Ginevra. A queto proposito, l’ordinamento italiano ha tentato di rispondere a questa parziale lacuna internazionale attraverso strumenti specifici inseriti nel proprio Testo Unico sull’Immigrazione (TUI): l’articolo 20 del TUI prevede l’adozione di misure di protezione temporanea da parte del governo per eventi eccezionali, inclusi i disastri umanitari. Inoltre, l’articolo 20-bis del TIU disciplina in modo specifico il rilascio di un permesso di soggiorno per “calamità”, volto a tutelare lo straniero qualora il Paese verso cui dovrebbe fare ritorno versi in una situazione di contingente e grave calamità che non permette il rientro in sicurezza.

I flussi migratori in Italia

In questo scenario, l’edizione 2025 del report OECD International Migration Outlook analizza i recenti sviluppi dei flussi migratori e dell’inclusione degli immigrati nel mercato del lavoro nei paesi OCSE. Secondo i dati dettagliati contenuti nel Focus Italia – OECD Migration Outlook, nel corso del 2024 si sono stabiliti in Italia 169.000 nuovi residenti stranieri stabili o a tempo indeterminato. Questo dato, che include sia i passaggi da un tipo di permesso all’altro sia le persone che si spostano in regime di libera circolazione, mostra un incremento del 16% rispetto all’anno precedente.

Nello specifico, i flussi d’ingresso riguardano:

Il 23% riguarda cittadini europei in regime di libera circolazione
Il 61% fa riferimento a ricongiungimenti e motivi familiari
Il 10% è composto da persone giunte in Italia per motivi di lavoro
Il restante 5% è rappresentato da ingressi per ragioni umanitarie o di protezione

I dati ufficiali delle agenzie internazionali - prosegue la ricercatrice - ci ricordano che l’immigrazione verso l’Italia non è un fenomeno passeggero o puramente economico, ma l’effetto collaterale di una profonda ingiustizia globale. Le popolazioni che subiscono la violenza dei conflitti, e che spesso hanno contribuito meno al degrado ambientale del pianeta, sono ironicamente le prime a subirne l’impatto letale e a dover migrare.

PER L’ITALIA E PER L’INTERA UNIONE EUROPEA, COMPRENDERE IL LEGAME INSCINDIBILE TRA GUERRA, AMBIENTE E MIGRAZIONI SIGNIFICA COMPIERE UN SALTO CULTURALE NECESSARIO: smettere di gestire gli sbarchi come una perenne emergenza di sicurezza a breve termine e iniziare a trattarli come l’effetto visibile di crisi geopolitica globali ed ecologiche interconnesse. Diventa quindi URGENTE E PRIORITARIO PROMUOVERE UNA RIFORMA DEI CRITERI DI ASILO INTERNAZIONALI, AFFINCHÉ LE TUTELE SI EVOLVANO AL PASSO CON LE MINACCE DEL NOSTRO SECOLO.

Parallelamente, la comunità globale deve rafforzare la cooperazione internazionale investendo risorse concrete nella resilienza climatica e nella bonifica ambientale post-bellica delle aree devastate. Come evidenziato anche nei tavoli di lavoro dell’IPCC / ISPRA.

Solo curando le ferite della terra e restituendo stabilità agli ecosistemi si potrà garantire alle popolazioni il diritto fondamentale più importante:quello di non essere costrette a emigrare" conclude la ricercatrice dello CSER, Madaì Bonilla. (06/11/2026-ITL/ITNET)

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