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ECONOMIA ITALIANA -EUROPA/INDUSTRIA - CSC CONFINDUSTRIA: ECONOMIE UE TRA INTEGRAZIONE GLOBALE E AUTONOMIA. TENSIONE LATENTE...ESPOSIZIONE LUNGO CATENE MONDIALI DEL VALORE. PESO SPECIFICO SINGOLI PRODOTTI

(2023-08-01)

"Il rapporto tra stati sovrani è sempre stato caratterizzato, fin dall’inizio della storia della civiltà occidentale, dalla tensione, e a volte contraddizione, tra integrazione economica, attraverso l’apertura agli scambi, e autonomia produttiva." Lo sottolinea lo studio di Confindustria sulle dipendenze critiche presentato oggi dal Centro Studi, che fa presente come:  "Tale tensione è pronta a emergere in occasione di shock economici sistemici."

" È stato il caso, per esempio, della crisi economica globale tra le due Guerre Mondiali nel XX secolo, culminata nella Grande Depressione del 1929. La ricerca dell’autosufficienza non ebbe successo e il deterioramento delle relazioni europee e mondiali sfociò in un conflitto bellico globale. L’architettura europea post Seconda Guerra Mondiale, invece, nacque per assicurare una libera circolazione e un libero accesso alle fonti di produzione, al fine di costruire una pace duratura tra le nazioni europee: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, istituita nel 1951, creò un mercato comune per questi prodotti, che costituivano le principali risorse strategiche dell’industria europea.

Oggi ci troviamo di fronte a un nuovo passaggio epocale nei rapporti geoeconomici globali e a una discontinuità potenzialmente altrettanto significativa nelle tecnologie produttive. Gli shock sistemici che si sono trasmessi e amplificati tra le economie mondiali, generando anche spinte inflazionistiche nelle commodity e negli input industriali, hanno evidenziato le dipendenze critiche nelle filiere produttive internazionali. Le crescenti tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina spingono verso un allentamento delle connessioni produttive e una competizione serrata nello sviluppo delle tecnologie strategiche, cruciali per guidare la doppia transizione energetica e digitale delle economie e, in particolare, delle industrie.

L’Unione europea ha definito, nel corso degli ultimi anni, un obiettivo di Autonomia Strategica Aperta, consistente nella capacità di agire, sia con i partner sia autonomamente, in base ai propri valori e interessi strategici. Interessi che riguardano, innanzitutto, la leadership nelle nuove tecnologie. In questa ottica, la politica strategica europea si è concentrata sulla fornitura delle materie prime critiche, cioè necessarie alla produzione manifatturiera dei prodotti ad alta tecnologia (energie rinnovabili, digitale, spazio e difesa).

Le interconnessioni europee lungo le catene globali del valore È importante notare, però, che le dipendenze critiche e strategiche dell’industria, europea e italiana, si sviluppano lungo molteplici dimensioni. Occorre quindi quantificare l’esposizione, sia diretta che indiretta, agli shock, a monte e a valle, lungo le catene globali del valore (GVC).

La frammentazione produttiva internazionale, infatti, comporta una stretta integrazione tra paesi e settori, che trasmette e – in alcuni casi – amplifica l’impatto degli shock a monte e a valle delle supply chain. Ciò accade perché gli input intermedi (che costituiscono oltre metà degli scambi internazionali) sono complementari, e quindi difficilmente sostituibili, nella produzione di beni e servizi finali, soprattutto nel breve termine. Recentemente, in ottica internazionale, il focus è stato sull’impatto dei colli di bottiglia a monte delle catene globali del valore, in particolare per i blocchi produttivi in Cina, lungo tutti i settori e territori a valle.

Le economie europee, fortemente integrate tra loro, mostrano una partecipazione alle GVC molto più elevata dei grandi paesi come Stati Uniti e Cina. Ciò è dovuto, evidentemente, alle connessioni commerciali e soprattutto produttive tra gli stessi paesi europei, che gravitano intorno al polo tedesco. Alle filiere internazionali sono associati, infatti, oltre il 35% della produzione manifatturiera dell’Italia e addirittura oltre il 44% di quella della Germania, in confronto a meno del 14% sia negli Stati Uniti che in Cina (Figura A Fb ITALIANNETWORK).

Inoltre, la partecipazione manifatturiera europea alle GVC è significativamente aumentata rispetto al livello pre-crisi finanziaria: (+11,4 punti percentuali, sul valore della produzione, in Italia dal 2007 al 2021; +9,3 punti in Germania). Per quanto riguarda la posizione, il manifatturiero europeo si è spostato più a valle, soprattutto perché si è spostato il manifatturiero tedesco; mentre il manifatturiero italiano rimane vicino alla media mondiale.

Le ragioni delle dinamiche europee sono da ricercare, innanzitutto, nella tenuta delle filiere all’interno del mercato unico e nel loro maggiore orientamento anche verso i mercati extra-UE, per intercettare la crescente domanda finale di beni di alta qualità in questi mercati. Pesa, allo stesso tempo, la dipendenza dei paesi europei dalle commodity importate, soprattutto quelle energetiche, e anche la maggiore integrazione dei servizi nel mercato unico, che comporta un peso maggiore dei servizi esteri (dal resto d’Europa) come input per la produzione manifatturiera. L’industria tedesca, inoltre, ha rafforzato la sua specializzazione a valle delle filiere manifatturiere, cioè come assemblatore di semilavorati esteri e produttore di beni finali (si pensi, per esempio, al settore degli autoveicoli).

La posizione dei diversi settori manifatturieri lungo le filiere è comunque molto eterogenea, con implicazioni sul tipo di vulnerabilità a shock esterni. I comparti più a valle risentono a cascata dei colli di bottiglia e degli aumenti di prezzo che avvengono nei precedenti nodi produttivi, che possono essere fuori dal loro controllo. In caso di carenza di input, le attività rischiano di fermarsi. Con l’aumento dei prezzi delle commodity e di altri input intermedi, infatti, alcune attività più a valle rischiano di non avere più convenienza a produrre o di non essere più competitivi sui mercati internazionali.

Viceversa, le attività a monte delle GVC sono più vulnerabili a cali delle quantità compravendute lungo tutte le filiere, interne ed estere. Per esempio, la maggiore penetrazione delle importazioni cinesi (di beni finali e semilavorati) nelle economie avanzate ha implicato la sostituzione di beni di produzione interna di questi paesi in diversi passaggi delle filiere, con lo spostamento all’estero di parti o intere catene di fornitura.

La forte integrazione produttiva europea rende queste economie, e in particolare Italia e Germania, più strettamente interdipendenti e soggette a medesime variazioni di contesto, a livello settoriale, che possono avvenire a monte (per esempio di prezzo o da avanzamenti tecnologici) e a valle (di domanda, anche nei paesi emergenti) delle filiere di produzione globali, con un effetto complessivo amplificato sull’attività manifatturiera in Europa.

L’esposizione dei settori alle GVC è quindi una misura complessiva delle dipendenze dall’estero. Tuttavia, esistono componenti, di valore relativamente limitato, che sono cruciali e possono bloccare l’intero processo produttivo: si pensi alla carenza di chip per la fabbricazione di autoveicoli. È necessaria quindi una metrica complementare, in grado di valutare il peso specifico dei singoli prodotti e input all’interno dei processi produttivi.

MA COME IDENTIFCARE LE DIPENDENZE CRITICHE E STRATEGICHE ?

L’Unione europea ha avviato diverse iniziative per identificare e affrontare le criticità già presenti nelle catene di fornitura e quelle prospettate per il futuro. In particolare, con l’aggiornamento della Nuova Strategia Industriale nel 2020, la Commissione europea ha evidenziato esplicitamente il bisogno di politiche industriali attive, avviando una mappatura delle dipendenze critiche e delle capacità strategiche con un elevato dettaglio merceologico, per ridurre le criticità in determinati settori chiave tecnologici e industriali.

Prendendo come riferimento l’approccio della Commissione europea, il Centro Studi Confindustria ha utilizzato un approccio bottom-up, con una metodologia progressivamente selettiva, per individuare le dipendenze come un insieme di prodotti che rispondono progressivamente a criteri sempre più stringenti. Alcuni criteri sono alternativi, e perseguono l’obiettivo di garantire allo stesso tempo la massima comparabilità e il massimo livello di dettaglio possibile (Figura B).

In un primo step sono utilizzati due criteri base, che possono essere applicati a qualunque paese o macroarea, e in particolare all’Unione europea: una misura di diversificazione delle importazioni (più sono concentrate, più può risultare difficile cambiare fornitore qualora la fornitura dovesse venire meno) e una di sostituibilità delle stesse con le esportazioni (sono selezionati i prodotti per cui l’import supera l’export di circa quattro volte).

In un secondo step si include un terzo requisito, specifico per i paesi dell’Unione europea, cioè la possibilità di sostituire gli acquisti da paesi extra-area con flussi commerciali tra paesi UE. Ciò consente di valutare se esiste una capacità produttiva domestica “aggiuntiva”, sufficiente per eventualmente sostituire alcune importazioni extra-UE; cioè di misurare la possibilità di far fronte all’interno del mercato unico a colli di bottiglia nelle supply chain globali. Per confrontare le dipendenze italiane e degli altri paesi membri, il criterio di sostituibilità con i flussi intra-area si sdoppia, dal lato dell’import e da quello dell’export (che a livello paese differiscono).

L‘ultimo step per la definizione di un ristretto gruppo di prodotti, per i quali è necessario pianificare politiche e strategie in grado di assicurare certezza e sicurezza delle forniture, riguarda due dimensioni, tra loro complementari: la strategicità di determinati settori produttivi per l’economia nazionale ed europea, da una parte, e i fattori di rischio, geopolitico ed ambientale, associati a specifici paesi di origine, dall’altra. (01/08/2023-ITL/ITNET)

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